Luca Cardinalini e Pietro Licciardi.

La strana morte del dr. Narducci.

Il rebus dei due cadaveri e il mostro di Firenze.

CRONACHE. Prima edizione: novembre 2007.
Derive Approdi.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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L'8 ottobre del 1985, Francesco Narducci, un giovane medico della buona borghesia perugina, scompare misteriosamente, mentre si trova a bordo della sua imbarcazione al lago Trasimeno. La mattina aveva ricevuto una telefonata al lavoro e a met pomeriggio, senza avvisare nessuno, si era recato al lago. Il corpo viene ritrovato, gonfio e irriconoscibile, quattro giorni dopo. La morte per annegamento viene data per scontata e le molte autorit presenti sul posto riconsegnano il corpo alla famiglia per la sepoltura. Tutto sembra finire l. La vicenda si riapre quasi venti anni dopo, quando la magistratura perugina torna sul caso. Ma il caso si riapre in modo clamoroso: con la riesumazione si scopre che dentro la bara c' un corpo diverso da quello ripescato nel lago; dall'autopsia risulta che la morte non  avvenuta per annegamento ma per strangolamento. Ma allora quando  morto il dottor Francesco Narducci? E, soprattutto, come  morto: annegato o strangolato? C' stato o no uno scambio di cadaveri? Se s: di chi era il corpo ripescato al lago Trasimeno e dove  finito? E cosa collega la triste vicenda del medico di Perugia alle inchieste sui delitti del "mostro" di Firenze? 
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NOTA ALLA LETTURA. 
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Giornali e televisioni, ormai da anni, si occupano ciclicamente del caso Narducci, riferendosi cio alla storia e all'inchiesta della Procura di Perugia, sulle cause della morte del giovane medico umbro, avvenuta nell'ottobre del 1985. Una vicenda lontana dalla conclusione, anche dal punto di vista giudiziario, visto che si  ancora nella fase di incidente probatorio: prima cio di un vero e proprio processo. Noi non siamo giudici, ma semplici cronisti. Il nostro obbiettivo era ed  stato solo uno: ricomporre i vari tasselli di un intricato mosaico che, di volta in volta, si  venuto disegnando. Alla fine di una sola cosa siamo convinti: di aver toccato con mano una ferita ancora molto aperta. Ne  prova la totale chiusura a qualsiasi tipo di collaborazione, non solo da parte degli indagati - ai quali, da garantisti quali siamo, auguriamo la pi completa assoluzione - ma anche dei semplici testimoni di quel fatto. Nonostante siano passati cos tanti anni, dominano ancora fastidio e, soprattutto, paura. Di chi o di cosa, non  del tutto chiaro. Ed  anche per questo che abbiamo voluto provare a raccontare - unicamente sulla base di documenti pubblici e pubblicati un fatto di cronaca che  anche un giallo a tutti gli effetti. Un unicuum nella storia della cronaca italiana, visto che non si ha memoria (quantomeno) di un (ormai acclarato) avvenuto scambio di cadaveri. Per quanto riguarda il collegamento della vicenda del dottor Narducci con quella dei delitti seriali del cosiddetto mostro di Firenze, non  compito nostro dire se ci sia reale, plausibile o solamente un abbaglio. Di certo per, come potr rendersi conto il lettore, almeno le inchieste si sono incrociate e accavallate pi di una volta. Questo dicono le carte. E questo  quanto volevamo raccontare, senza aggiungere o togliere nemmeno una parola.
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A Vincenzo Licciardi, assistente capo della Polizia di Stato.
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Prologo.
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All'inizio sono strani silenzi, mugolii, rumori indecifrabili in sottofondo. Devono solo farti capire che loro ci sono, che tu devi stare in guardia, temere qualcosa. L'utenza appartiene a una signora di Foligno, un'estetista, alla quale giorni prima hanno cercato di rapire il figlio. Chi chiama si definisce affiliato a una setta satanica. Sono voci alterate e travisate, quelle di un uomo e di una donna, che l'estetista decide di registrare dotandosi di un sistema artigianale quanto efficace. Una notte la voce maschile le ricorda minacciosa che i patti vanno rispettati, che non conviene a nessuno cercare di fare i furbi. Un altro giorno  la voce femminile a invitarla a provvedere quanto prima, se vuole evitare guai. Ogni squillo del telefono oramai le provoca un sobbalzo. La vogliono davvero spaventare e ci riescono molto di pi quando le minacce non la riguardano personalmente, ma toccano suo figlio: Sar sacrificato sulle colline del Mugello... far la fine di Pacciani. Che c'entra Pacciani? Il contadino che aveva visto in televisione e sui giornali accusato di essere il mostro di Firenze? Fino a che, un giorno, viene minacciata con queste parole: Verrai uccisa e seppellita come l'amico di Pacciani, quello del lago Trasimeno... come i traditori di Firenze e il grande dottore. Ancora troppo vago. Ma le generalit del grande dottore sono esplicitate qualche secondo dopo: Il dottore, il grande dottor Narducci... La tua vagina sar spaccata come le vittime di Firenze e dei traditori Pacciani e Narducci, che tradirono il nome di Satana. Nell'ultima pagina della trascrizione, l'agente di polizia che la redige scrive: Il grande professore Narducci, che  finito nel lago strangolato. Per la polizia, e per il magistrato Giuliano Mignini che sta seguendo il caso delle minacce telefoniche, collegare i due fatti, apparentemente cos lontani e distanti nel tempo e nella sostanza,  stato quasi obbligatorio. Difficile vedere d'acchito qualche nesso. L'unico, molto flebile,  la citt, Foligno, dove abita la signora e dove da ragazzo aveva abitato lo stesso Francesco Narducci. Foligno dove il padre di quest'ultimo, il ginecologo Ugo Narducci, aveva uno studio. Foligno dove, come si vedr in seguito, furono svolte da uomini della Polizia di Stato indagini coperte, segrete, ma collegate ai delitti del mostro di Firenze. Cos il magistrato Mignini nei giorni successivi non pu far altro che recarsi all'archivio del tribunale e riportare alla luce il vecchio fascicolo polveroso e dimenticato. Una cartella come tante altre, con sopra la scritta: Atti relativi alla scomparsa di Narducci Francesco. Il fine  solo uno: verificare in sostanza le circostanze del ritrovamento del corpo e metterle a confronto con le minacce alla signora. Solo scorrendo in fretta le pagine, nemmeno troppo numerose, risaltano in maniera evidente inquietanti interrogativi sull'affidabilit dei dati e sull'intera vicenda. Che ci accingiamo a ripercorrere sulla base delle testimonianze e degli atti redatti nel corso dell'indagine che si intreccia, in pi di un episodio e di un personaggio, a un'altra indagine che dal 1974 a oggi non si  mai chiusa: quella sul mostro di Firenze.

Misteri perugini.

FRANCESCO NARDUCCI, CHI ERA? In un certo senso, Francesco Narducci  un figlio d'arte. Il padre Ugo  un affermato ginecologo, primario all'ospedale di Foligno. Il fratello Pierluca, cinque anni pi giovane, seguir la carriera medica, anche lui ginecologo. Solo la sorella, Maria Elisabetta, sceglier una strada diversa, diventando un'insegnante di educazione fisica nelle scuole medie. Fino al giorno della sua scomparsa  per tutti un giovane medico, un gastroenterologo, che ha fatto una folgorante carriera. Laurea in medicina alla Sapienza di Roma con il massimo dei voti nel 1974, titolare di un assegno di studio del ministero della Pubblica Istruzione dal 1974 al 1978, assistente incaricato presso la clinica medica del Policlinico di Perugia fino al 1980, assistente ordinario fino al 1984, anno in cui diventa il pi giovane professore associato d'Italia: cattedra di Fisiopatologia Digestiva dell'Universit di Perugia. Francesco  alto un metro e ottanta, ha un fisico asciutto e atletico, quello che si dice una bella presenza. Pratica molti sport, tennis e nuoto in particolar modo. Da ragazzo andava a caccia insieme al padre ed  allora che impara a sparare, passione che coltiva come conferma l'iscrizione al poligono di tiro di Umbertide, alle porte di Perugia, dove si allena con una pistola Beretta calibro 22 Long Rifle che tiene nel vano portaoggetti della sua auto. Insomma,  un giovane bello, sportivo e benestante. Eppure, quando riceve la cartolina precetto, poco dopo ottenuta la laurea, viene riformato per una causa molto singolare: marcescenza ai piedi.
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I suoi piedi, ovviamente, sono sanissimi; in attesa del congedo deve tuttavia trascorrere un mese alla Scuola di Sanit Interforze di Firenze. Giancarla Sogaro, la zia di Francesca Spagnoli che diventer sua moglie, conosce molto bene la famiglia Narducci. Ugo  stato il suo ginecologo fin dal 1964 e lei gioca spesso a bridge con la moglie di lui, Lisetta. Trascorrono insieme, nello stesso albergo, le vacanze estive a Cortina, fin da quando i rispettivi bambini erano piccoli: Francesco era un ragazzo molto esuberante e scherzoso. Ricordo che organizzava sempre degli scherzi, come quando ricopr di carta igienica i corrimano dell'albergo Miramonti. Lo stesso ritratto ne fanno anche gli amici, con i quali ogni tanto organizzava qualche raid notturno. Come quella volta che, a mezzanotte, si mise a lanciare a tutta velocit i carrelli di un supermercato. Naturalmente ha gli occhi di molte ragazze addosso e lui ricambia. In camera ha una cesta piena di lettere e di fotografe delle sue fidanzate, anche se i genitori, soprattutto la madre, hanno idee chiare sul tipo di donna con la quale avrebbe dovuto metter su casa. Francesco si innamor follemente di una certa Mecatti, ricorda ancora Giancarla Sogaro, ma la madre osteggi questo rapporto ritenendo la ragazza di condizioni sociali inferiori alle sue aspettative e non trovando opportuna la maggiore et di lei rispetto a Francesco. Improvvisamente, un giorno, venimmo a sapere che Francesca, mia nipote, si era fidanzata con Francesco Narducci. Pure Francesca Spagnoli viene da un'ottima famiglia, anche se, secondo la zia, lei era molto ingenua e di educazione rigida.
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Francesca e Francesco si conoscono solo di vista - il fratello di lui, Pierluca, era fidanzato con la sorella di lei, Nicoletta - si salutano e si presentano per la prima volta solo nel 1977, nella villa dei nonni, a Prepo, un sobborgo di Perugia, in occasione del di ciottesimo compleanno di una delle tre sorelle Spagnoli. La scintilla tra i due scoccher poco dopo. Francesco era diventato il primo in tutto nella vita. Conosceva alla perfezione l'arte di essere protagonista, si legge nel libro di Diego Cugia, Un amore all'inferno (Milano 2004), che Francesca Spagnoli vorr far scrivere per liberarsi dall'insopportabile peso di essere ormai considerata come quella che non poteva non sapere o, peggio, come la moglie del mostro. Ecco come ricorda l'incontro: Francesco indossava un abito di lino bianco e immaginai lui e mia sorella predestinati a un amore eterno. Invece quella sera lui si accorse di me. Da principio non mi parve possibile. Chi sopravvive nella penombra in cattivit stenta ad abituarsi all'essere luminoso e libero; presi per coscienza del miracolo il sabato sera di due giorni dopo, alla festa per i diciotto anni di sua sorella Maria Elisabetta alla villa di San Feliciano. Francesco mi venne in contro: "Come stai?". Non mi abbandon pi da quell'istante fino alla morte. .
Avevo sedici anni e mezzo, lui quasi ventotto. Segue un breve fidanzamento e poi le nozze, che si celebrano nella chiesa di Santa Maria di Prepo, il 20 giugno 1981. Ancora la Sogaro: Andarono in viaggio di nozze in un'isola caraibica ma, appena tornati, Francesco part subito per gli Stati Uniti, dove si trattenne per circa otto mesi. La cosa mi sorprese molto, non riuscivo a capire come potesse andarsene cos a breve distanza dal matrimonio, lasciando da sola la giovane moglie. In quell'anno, a Natale, Francesca ed Elisabetta andarono a trovarlo in America, ma non tutto era perfettamente chiaro. Il trasferimento negli States per motivi professionali, comunque, non sembra intaccare l'apparentemente tranquillo e felice menage familiare. Secondo Massimo Spagnoli, zio di Francesca, i due sembravano affiatati, anche se non c'erano figli, con rammarico soprattutto di Francesca. Tuttavia, confessa, qualche resistenza alla loro unione in famiglia c'era stata: Debbo dire che mia nipote volle assolutamente sposare Francesco, anche se mio fratello Gianni Spagnoli non era d'accordo. Cedette dopo molte insistenze, credo che fu il professor Mario Bellucci medico e amico di famiglia sia dei Narducci che degli Spagnoli ad adoperarsi per convincerlo. Forse a preoccupare il pap di Francesca  la fama di play boy del giovane e brillante dottore. La figlia della Sogaro, Federica, lo incontra in compagnia di altre donne in locali notturni della citt, nei periodi in cui la moglie  al mare l'estate. E accade spesso che nei fine settimana il dottore si assenti col pretesto di improvvisi problemi sul lavoro. C' anche chi racconta di sue relazioni con diverse infermiere e colleghe. Francesca non sospettava di nulla, era talmente ingenua e credulona nei confronti di Francesco, dice la zia.
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UNA GITA SUL LAGO La mattina dell'8 ottobre 1985 il dottor Narducci  al lavoro, al l'ospedale di Monteluce di Perugia. Alla normale routine della corsia aggiunge un impegno in qualit di assistente in una sessione d'esami universitari, presieduta dal primario di Gastroenterologia, il professor Antonio Morelli, amico di famiglia da lunga data e suo testimone di nozze.  una giornata di sole, calda e apparentemente tranquilla. Anche se, quando a met mattinata Narducci incrocia il collega Giovan Battista Pioda, lungo lo stretto e in quel momento deserto corridoio che conduce ai laboratori, non sembra affatto rilassato: Non indossava il camice ma un giubbotto scamosciato. Lo salutai e stranamente non mi rispose. La cosa mi sorprese molto, visto che Francesco era sempre educato e corretto. Mi sembr pensieroso, camminava guardando dritto davanti a s.
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Narducci torna in aula e continua gli esami. Pochi minuti dopo, sull'utenza del reparto, arriva una telefonata. Qualcuno, uomo o donna non si sa, chiede del dottor Francesco Narducci.  un infermiere, forse Giuseppe Pifferotti, a entrare nell'aula e ad avvertire della chiamata il giovane medico. Questi esce dalla stanza e torna dopo pochissimo ma non per riprendere il suo posto. Si avvicina al professor Morelli e a bassa voce gli comunica che  costretto ad allontanarsi, subito, a causa di un impegno improvviso. La cosa stupisce tutti i presenti, a cominciare proprio dal professor Morelli, che dir di aver pensato, sul momento, a un'emergenza di carattere personale. Molti anni dopo, a indagini ormai avviate, in una cena a Gubbio a casa dell'imprenditore Carlo Colaiacovo, lo stesso Morelli confider quello stupore al dottor Mario Bellucci, anch'egli medico e amico di famiglia sia dei Narducci che degli Spagnoli, anche lui testimone di nozze, ma da parte di Francesca. Quest'ultimo gi iscritto alla loggia massonica P2 ora frequenta quella intitolata al padre, Bruno Bellucci, tra le pi importanti di Perugia, la stessa che vede iscritti i due consuoceri, Ugo Narducci e Gianni Spagnoli. Prima di lasciare l'ospedale, Narducci passa velocemente dal l'ufficio per riprendere le sue cose e si affaccia dalla segretaria chiedendole di spostare all'indomani gli esami previsti per il pomeriggio. Dei motivi di quell'uscita anticipata il medico non d spiegazioni a nessuno. Un generico devo scappare via basta a soffocare qualsiasi curiosit. Uscendo sul piazzale del Policlinico incontra altri colleghi. Il dottor Franco Aversa sta arrivando in quel momento con gi addosso il camice. Deve montare di guardia medica, l'orario  quindi quello del cambio di turno, all'incirca le tredici e trenta, quattordici. Dopo alcuni convenevoli, Francesco gli rivolge una proposta inaspettata: di accompagnarlo al lago, vista la bella giornata. Lo mandai bonariamente a quel paese, credendo che me lo avesse detto apposta, per prendermi in giro, vedendo che stavo entrando allora. Alla fine andammo a prendere un aperitivo al bar dell'ospedale, poi ci salutammo e lui si diresse verso il parcheggio. Durante il tragitto incontra un altro collega, il dottor Claudio Cassetta, che di quell'incontro frettoloso conserva, a distanza di anni, solo una sensazione e un dato di fatto: Ebbi l'impressione che volesse confidarsi con qualcuno. Ricordo perfettamente che indossava una maglietta. Narducci arriva al parcheggio e sale a bordo della sua Citroen Cx azzurrina.
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Ma, contrariamente all'urgenza annunciata, prende la strada di casa, che  in via dei Filosofi. Quando lui apre la porta Francesca non nasconde il suo stupore per quel ritorno inatteso; sapendo degli impegni in ospedale, si erano dati appuntamento per la sera. Francesco le dice che ha deciso all'ultimo minuto di rincasare per un pranzo veloce e che doveva tornare in ospedale nel pomeriggio ma non avrebbe fatto tardi; tanto pi che in prima serata c'era un programma in televisione che lo interessava. Consumano insieme in fretta un pasto frugale - riso integrale in bianco, uno dei suoi piatti preferiti - che sar anche l'ultimo. Francesca ha ancora negli occhi l'immagine del marito, con in dosso quel paio di jeans marca Burberrys che lei stessa gli aveva regalato per il suo trentaseiesimo compleanno, festeggiato pochi giorni prima. Ricorda anche che mentre in cucina sta sparecchiando la tavola lo sente parlare con i suoi parenti al telefono: forse con la madre, forse con il fratello Pierluca, che pur essendo gi sposato a pranzo si ferma spesso a casa dai genitori. Ma l'ultima telefonata la fa a Peppino Trovati, il proprietario della darsena di San Feliciano, sul lago Trasimeno, dove la famiglia ha una villa e, appunto, una barca. Da lui si informa se il natante  funzionante e ricevuta conferma avverte che arriver tra non molto, senza spiegare altro. Quando saluta la moglie, dandole appuntamento alla sera, anzich il consueto, fuggevole bacetto sulla guancia, la bacia sulla bocca, a lungo e con passione. Francesca ricorder che nell'ultimo periodo prima della scomparsa, il marito stentava a prender sonno e la sera prima aveva armeggiato fino alle tre del mattino con i cassetti del mobile, dove custodiva tutti i suoi documenti e i suoi scritti, nello studio adiacente alla camera da letto, inaccessibile a tutti. Francesco sceglie di non prendere la macchina, ma la sua moto Honda 400 rossa, targata PG 102777, e anzich dirigersi verso l'ospedale imbocca la superstrada E45 per San Feliciano, piccola frazione di Magione, sulla sponda orientale del Trasimeno. Impiega un quarto d'ora, ma prima di recarsi alla darsena passa dalla villa di famiglia che sta in alto, insieme ad altre abitazioni immerse nel verde, alla fine di una strada stretta e in salita. Sono case sfruttate soprattutto d'estate o nei weekend; in quel momento quasi tutte disabitate. Impossibile stabilire quanto tempo si trattenga in casa, non

essendoci testimoni. Si sa per che quando lascia la villa lo fa a grande velocit, come racconta un vicino - Alberto Buini - e come prova il segno profondo della sgommata sulla ghiaia da vanti all'ingresso. Percorre il chilometro in discesa che lo separa dalla darsena.  ormai pomeriggio inoltrato quando saluta Trovati, che lo conosce da sempre, anche se non a fondo, pur avendolo visto raramente negli ultimi anni. Dir che Narducci gli sembr tranquillo. Versione che contrasta con quella della madre di Francesca Spagnoli, signora Maria Bona Franchini: Trovati mi rifer di un Francesco arrivato alla darsena molto pallido e agitato. Il dottore lascia la moto sotto un salice, poco distante dal molo, e sale a bordo del suo Grifo plaster con motore fuoribordo da 70 cavalli. Si appresta a mollare l'ormeggio quando Trovati lo avverte: Dottore, guardi che il serbatoio  pieno solo a met. E Narducci risponde: Tanto per quello che mi serve... Vado qui vicino e torno, aggiungendo che, all'occorrenza, poteva contare anche su una scorta di altri sei o sette litri. Trovati lo vede dirigersi all'isola Polvese, verso la cosiddetta punta del Muciarone, nella parte pi appartata dell'isola. Nessuno lo vedr pi vivo. A parte, forse, un paio di pescatori del posto. Il primo si chiama Giovanni Dolciami e quel pomeriggio sta mettendo le reti per le anguille quando, a un centinaio di metri di distanza, vede un barchino che prima punta verso l'isola Polvese e poi vira verso Sant'Arcangelo. A bordo c' un uomo seduto sui sedili di dietro. Ogni tanto, quando Dolciami si gira per sistemare le reti, volge uno sguardo alla piccola imbarcazione, sempre ferma, finch, a un certo punto quell'uomo non c'era pi, sparito. Ed  per questo che, al ritorno, decide di deviare e di avvicinarsi alla barca. In un primo momento dice di essersi fermato a una decina di metri per la paura, mentre in sede di incidente probatorio dir che c' quasi salito a bordo. Comunque la barca  vuota. Dolciami le gira intorno un paio di volte per vedere se il corpo  caduto in acqua, in quel punto trasparente e poco profonda. Niente. Quando attracca a San Feliciano, all'imbrunire, c' gi qualcuno che gli chiede se abbia visto il battellino, e lui racconta tutto. Il secondo si chiama Enzo Ticchioni, conosce a menadito ogni metro del lago, dove ha trascorso tutta la vita, scandita da

gesti sempre uguali, ripetuti tutti i giorni dell'anno. Si esce presto la mattina per tirar su le nasse, dette tofoni, le reti per le anguille; a mezzogiorno si torna a riva per vendere il pesce; poi, nel pomeriggio, se non c' vento, si torna a ributtare in acqua le reti. Quel pomeriggio il lago  una tavola, ci sono poche imbarcazioni in giro, qualche raro pescatore sportivo, solo silenzio, il rumore dei gabbiani e, lontano, l'eco del passaggio di un'automobile o il rintocco di una campana. Enzo, con gesti calmi e consueti, sta mettendo le reti nei pressi dell'isola Polvese, quasi di fronte al castello. Si ferma l un paio d'ore e quando riparte - all'incirca verso le diciassette e trenta - il sole rosso sta gi iniziando a tramontare. Sulla via del ritorno, a circa duecento metri di distanza, vede un'imbarcazione, uno scaletto in mezzo alle cannine, dove l'acqua sar al massimo alta un metro e venti, ferma, girata di poppa, con a bordo un uomo appoggiato sul lato destro, seduto, apparentemente immobile. Ne d anche una descrizione abbastanza dettagliata: capelli castano scuri, sui quarantacinque anni, indossa un giubbotto di renna marrone. Enzo accenna un saluto, l'altro risponde alzando la mano. Ticchioni non pu dire che l'uomo visto sulla barca fosse Narducci, perch di persona non lo ha mai conosciuto. Per, curiosamente, ne ha sentito parlare proprio il giorno prima da Emanuele Petri, il poliziotto che nel 2003 verr ucciso dalle Brigate rosse sul treno Roma-Firenze, che vive a Tuoro, un paesino sulle rive del Trasimeno. Petri, come capitava spesso, era passato a casa di Ticchioni per acquistare del pesce fresco. Parlando del pi e del meno gli aveva accennato a un inseguimento fatto al dottor Francesco Narducci, avvenuto dalle parti di Cortona. Purtroppo infruttuoso ma commentato con parole eloquenti: Guarda che tanto lo chiappiamo. Di quella confidenza Ticchioni cambier versione nel tempo. Al magistrato Giuliano Mignini, all'inizio delle indagini, racconta: Petri mi disse che stavano pedinando da tempo il medico, perch avevano trovato dei resti umani femminili dentro il frigorifero della sua abitazione di Firenze. In sede di incidente probatorio per Ticchioni afferma di non ricordarsi pi di quelle dichiarazioni, rese solo un anno prima. Nell'aula di tribunale  molto meno loquace, si giustifica con le precarie condizioni di salute, con il tumore che l'ha colpito e che l'ha costretto a subire ben sette operazioni.

Gli vengono mosse delle contestazioni precise su questo cambio di scenario e di particolari. Come ad esempio il mezzo utilizzato da Narducci per sfuggire ai poliziotti: mentre in un primo tempo aveva parlato di una moto, in aula parla di una macchina, molto potente. LE RICERCHE Non vedendo tornare Narducci, Trovati, il proprietario della darsena, inizia a preoccuparsi e decide di avvertire qualcuno. Non i Carabinieri, come ci si aspetterebbe, ma il fratello del medico, Pierluca, che lo rassicura: Vengo subito. Quando? A cos tanta distanza dai fatti  difficile poter ricostruire con esattezza i tempi. Trovati fssa inizialmente l'arrivo di Pierluca Narducci intorno alle diciotto e quarantacinque. In seguito sposter in avanti gli orari, dicendo di averlo chiamato alle diciannove e quarantacinque e collocando il suo arrivo al lago alle venti e quindici. Di sicuro la stazione dei Carabinieri competente per territorio, quella di Magione, riceve la segnalazione della scomparsa solo alle ventitr e quindici. Viene messa in allarme anche la centrale operativa che chiama i Vigili del Fuoco e iniziano immediatamente le ricerche. Pi o meno alla stessa ora Francesca Spagnoli viene informata della scomparsa del marito, cio dopo almeno quattro o cinque ore dalla chiamata di Trovati a Pierluca.  quest'ultimo a informarla dell'accaduto. Subito dopo si reca insieme alla madre, Maria Bona Franchini, alla villa dei Narducci a San Feliciano, cercando di avere ulteriori notizie sugli ultimi spostamenti del marito. Francesca in quel momento di una sola cosa  sicura: che il marito le ha mentito, dicendole che sarebbe tornato in ospedale. Quindi, forse ipotizzando un incontro clandestino, chiede anche se il consorte fosse giunto alla darsena da solo. A questa domanda Pierluca, il cognato ginecologo, reagisce in modo brusco, quasi gridandole: Non cominciate a infangare la memoria di Francesco. Un comportamento incomprensibile questo radicale pessimismo sulla sorte del fratello, dato gi come per spacciato. Nella villa ci sono gi altri parenti. Ugo Narducci prega la con suocera di stare vicina alla moglie, Lisetta Valeri, che, sconsolata,

ripete di vedere il figlio gi in fondo al lago. Il giorno seguente, il 9 ottobre, la Bona Franchini si stupisce ancora di pi quando il consuocero Ugo la avvicina e le sussurra: Mi sono messo d'accordo con il questore per non fare l'autopsia a Francesco. Eppure, del genero, non c' alcuna traccia, tutte le ipotesi sono in piedi - dalla scomparsa in acqua, al rapimento, all'allontanamento volontario - e ci stride con l'ostentata sicurezza della famiglia Narducci circa l'esito infausto della vicenda. In realt, la barca del medico disperso viene recuperata quasi subito, la notte stessa, anche con l'aiuto delle indicazioni dei due pescatori. A setacciare le acque del lago sono due imbarcazioni. A bordo della prima c' Ugo Mancinelli, che ha una rimessa e un'officina per la riparazione delle barche a San Feliciano: Ero uscito di casa verso le diciannove, diciannove e trenta, avendo sentito le sirene dell'allarme. La voce che girava era che non si ritrovava il figlio del professor Narducci. Andai alla darsena di Trovati, presi la barca del dottor Spartaco Ghini e insieme ad Alberto Ceccarelli, suocero di Pierluca, ci mettemmo in acqua. Il lago era una tavoletta, piatto. Puntammo dritto verso il Muciarone e costeggiammo l'isola finch, in mezzo ai canneti, avvistammo la barca. Aveva il motore gi, la marcia disinserita, sul cruscotto c'erano una scatola di fiammiferi e un paio di occhiali. Saranno state le ventidue. L'altra imbarcazione  la motovedetta della polizia delle acque, che ha a bordo un carico umano sorprendente. Alla guida c' il maresciallo Piero Bricca: Insieme al collega Paolo Gonnellini, la notte stessa della scomparsa trovammo la barca, poco dopo la mezzanotte. Eravamo in compagnia del dottor Alberto Speroni, del questore Francesco Trio, del padre del Narducci e del professor Antonio Morelli. Ricordo che il professor Ugo Narducci si chiedeva, e mi chiedeva, dove potesse trovarsi suo figlio, come se avesse bisogno di conforto. Di sicuro era in confidenza con il questore. Non riuscivamo a capire come un provetto nuotatore qual era Francesco Narducci, che io peraltro conoscevo solo di vista, potesse essere annegato. Pur con una differenza di orario - le ventiquattro invece che le ventidue - Bricca conferma il rinvenimento dell'imbarcazione nel canneto del lato sud ovest dell'isola Polvese, vicino al castello, con le chiavi ancora inserite, il cambio in folle, sul cruscotto un

paio di occhiali, un pacchetto di sigarette e un giacchetto di renna. La barca viene poi rimorchiata fino alla darsena. Ma Bricca ricorda anche qualcos'altro: In quel tempo giravano le voci del possibile coinvolgimento di un medico nei delitti del "mostro" e della sua abilit a usare il bisturi. Ricordo anche che nei giorni seguenti la scomparsa i familiari di Narducci fecero venire dei maghi e anche una donna che ospitai sulla mia motovedetta, insieme al professor Morelli, che me li present come sensitivi, e a un altro dottore. Usarono dei pendolini e altri accessori magici. Il mattino seguente continuano le ricerche del medico, alle quali partecipano numerosi volontari e pescatori della zona. Intervengono anche i sommozzatori dei Vigili del Fuoco di Grosseto e l'elicottero con base ad Arezzo, ma invano. Risultano infruttuose le capillari ispezioni dei numerosi casolari abbandonati e l'imponente battuta effettuata dai Carabinieri all'isola Polvese la mattina del 1 ottobre. Le ricerche, condotte con grande impiego di uomini e mezzi, durano cinque giorni, durante i quali il padre, Ugo Narducci, resta per tutto il tempo in stretto contatto col questore di Perugia, Francesco Trio. Il giorno dopo la scomparsa, per, avviene un primo fatto strano. A raccontarlo  Elisa Zelioli Lenzini, moglie del professor Fausto Grignani, allora primario di Medicina Interna del Policlinico di Perugia, coinquilini dei Narducci. Quando la signora esce la mattina per sbrigare alcune commissioni, il portiere del palazzo la informa della scomparsa di Francesco al lago. Resta senza parole, sgomenta, dice ovviamente di non sapere nulla, poi continua il suo giro. Mentre aspetta di essere servita nel negozio di un fioraio in via dei Filosofi vede entrare un uomo sui quarant'anni, magro, alto, il viso allungato, capelli lisci pettinati all'indietro, vestito di grigio e con una parlata che potrebbe essere anche di Foligno, il quale chiede a voce alta: Conoscete i Narducci? So che abitano qui vicino. La titolare del negozio, signora Carnevali, risponde di s, e l'uomo replica: Volevo mandare dei fiori. Appare eccitato e un po' teso, mentre gli stanno preparando il mazzo di rose rosse aggiunge: D'altronde si sa, quando le persone frequentano certi ambienti probabilmente possono succedere certe cose.

Nel silenzio dei presenti, l'uomo paga e prima di uscire si raccomanda ancora: Devono essere consegnati alla famiglia Narducci. Sui fiori c' anche un bigliettino col nome del mittente: Bruno. Sempre pi stupita e preoccupata, la signora Grignani torna verso casa. Suo marito non c',  in Sicilia a un congresso medico. Si fa forza e sale per rendere visita ai condomini, che trova addolorati. Soprattutto Ugo, tanto che lei prova a rincuorarlo: Non disperi, vedr che suo figlio sar partito per un appuntamento, le telefoner per farvi sapere come sta. Ugo le racconta che il pomeriggio Francesco aveva chiamato la madre e aveva chiuso la telefonata con queste parole: Ciao mammina ti saluto, poi pi niente. Nel corso dell'incidente probatorio la signora Grignani riferisce per di una confidenza fattale dalla signora Lorenzi, un'altra inquilina che abita al piano inferiore al suo. Le disse che Narducci sarebbe stato ritrovato con una corda al collo, mentre in casa Grignani, ovvio che si parlasse di questo fatto, pensavamo che Francesco fosse malato e che si fosse suicidato. Dello strano episodio dei fiori d una sua versione pure Gianni Spagnoli, il padre di Francesca: Un giorno, mentre eravamo a casa dei Narducci, qualcuno buss alla porta, consegn alla domestica un pacco e si allontan in fretta. Quando la signora Lisetta apr il pacco scoppi in un pianto dirotto, dicendo che erano i soliti che portavano male, che fanno le fatture. Nel pacco, confezionato disordinatamente, c'erano dei fiori di campo, forse margherite spezzate in due, e uno scopette del gabinetto, con il manico di colore giallo, anche questo spezzato a met. Rincorsi l'uomo che aveva portato il pacco, che mi venne descritto come un omino, ma si era gi dileguato. Di questo fatto ne parler anche colei che materialmente ritira il regalo, Ornella Servadio, amica di famiglia dei Narducci, compagna di bridge di Lisetta: Suon a casa Narducci un signore, che si seppe poi essere probabilmente Bruno Bordighini, infermiere di Foligno, un ometto insignificante di mezz'et, vestito in modo modesto con in mano un pacchetto e un mazzo di fiori spelacchiati. Quando aprii la porta me lo trovai di fronte, lui mi porse il tutto dicendo: " Sono... queste per il professore, li dia al professore" . Poi si dilegu. Nel pacchetto c'era una cravatta, il pacchetto incartato male, forse con carta di giornale.

Dell'episodio riferiranno anche i giornali e due ispettori della Polizia: Alberto Speroni e Luigi Napoleoni. Secondo Napoleoni i fiori sarebbero stati consegnati alla moglie, Francesca Spagnoli, da uno sconosciuto in tuta che le avrebbe detto: Sono dei fiori di suo marito, li manda Bruno, baciandola poi sulle guance e sulla mano. Sul significato di questo strano mazzo di fiori si  dibattuto a lungo. Nel libro Gli Affari riservati del mostro di Firenze di Pietro Licciardi e Gabriella Carlizi (Roma 2002) si avanza un'ipotesi, che potrebbe avere avuto un riscontro nel corso delle indagini seguite alla riapertura del caso. Ci sarebbe un significato esoterico in quei fiori spezzati, mancanti delle corolle. Apuleio, mago isido del II secolo dopo Cristo, scrisse L'asino d'oro, un'opera in cui un giovane chiamato Lucio, appassionato di magia, si reca per affari in Tessaglia, paese delle streghe. L conosce Panfila, una maga che ha facolt di trasformarsi in uccello. Lucio vuole imitarla ma, entrato nella stanza dove ella conserva i suoi portentosi un guenti, sbaglia contenitore e viene trasformato, appunto, in un asino pur conservando la coscienza e l'intelligenza di un uomo. Per una simile disgrazia non c' che un rimedio: mangiare alcune rose, solo cos Lucio pu ridiventare umano. I fiori in sostanza potrebbero essere una sorta di messaggio cifrato: consideratemi come morto, perch la mia identit, adesso,  un'altra. Di tale Bruno parla anche un'infermiera di Ginecologia e Ostetricia dell'ospedale di Foligno, Giordana Baldassarri, ottima conoscente del professor Ugo: La mattina del 9 ottobre, mercoled, mentre stavamo tutti, medici, infermieri e ostetriche, aspettando il professore, squilla il telefono, era lui, che avvert: " Sto cercando Francesco sono al l'isola Polvese, non lo ritrovo, quindi non vengo". Insieme a due dottori, l'infermiera va a San Feliciano dove trova altre persone, tra le quali il professor Morelli, ma non il professore Ugo. Decidono cos di andarlo a trovare nella sua abitazione di Perugia, dove effettivamente  insieme alla moglie, al l'anziana madre e a una badante. Sembravano distrutti, non si spiegavano cosa potesse essere successo, dice la Baldassarri, la signora era a letto e piangeva. Ricordo che qualcuno, esterno alla famiglia, ipotizz un sequestro. Anche secondo la Baldassarri fu Bruno Bordighini, infermiere, sindacalista, marito della caposala di ginecologia Zenobi, a spedire una cravatta e dei bulbi a casa Narducci. E quando, durante la settimana delle ricerche, lui la chiam chiedendole notizie di questo Bordighini, lei gli rispose:  quel matterello che conosciamo tutti. Continua la Baldassarri: Nell'estate del 2002 mi telefon il professor Ugo Narducci e ci incontrammo a casa sua. Inizi un discorso sul figlio deceduto. In particolare mi chiese se mi ricordassi di Bruno Bordighini, gli dissi che era morto e che era la persona che aveva portato personalmente a Perugia, durante la scomparsa, i bulbi e la cravatta. Cos mi chiese se ero disposta a testimoniare ci alla magistratura. E aggiunge: Un altro giorno il professor Ugo, andando all'ospedale, lesse sulla locandina del possibile coinvolgimento del figlio nella storia del "mostro" di Firenze, e comment distrutto: "Cos muore una seconda volta". Durante i cinque giorni di ricerche i familiari ricorrono a tutto ci che pu aiutarli a trovare il caro congiunto. Compresi alcuni sensitivi. Oltre a quelli ospitati nella sua motovedetta dal maresciallo della Polizia provinciale Piero Bricca - una donna che armeggiava con pendolini e altri accessori magici - viene contatta to un veggente, dimesso nell'aspetto ma preciso nell'intuizione.  il collega e amico intimo di Francesco Narducci, il professor Ferruccio Farroni, che nel corso di una cena racconta di aver ritrovato il corpo di Francesco dopo essersi recato la notte prima da un sensitivo, un uomo molto trasandato che abitava dalle parti di Monte Tezio, tra Umbria e Toscana, che gli avrebbe indicato il luogo preciso del ritrovamento. Interrogato nel 2003 Farroni diventa pi preciso. Racconta di essersi recato due volte con Pierluca, il fratello minore di Narducci, l'u e il 12 ottobre, a casa del sensitivo. E fu nel secondo incontro che l'uomo rivel: Francesco  morto e riaffiorer domattina nelle acque antistanti San t'Arcangelo, sar gonfio e irriconoscibile. UN CORPO RIAFFIORA.  NARDUCCI? La mattina di domenica 13 ottobre, due pescatori di Sant'Arcangelo, Ugo Baiocco e Arnaldo Budelli, cognati, decidono di prendersela un po' pi comoda del normale. Quando lasciano la rimessa di Sant'Arcangelo sono gi le sette. Il lago  un po' mosso

e ci sono parecchie alghe, forse a causa del caldo. Soffia un po' di vento da nord est, che da queste parti chiamano fagone. Sono in acqua da pochi minuti quando, da una distanza di circa cento metri, scorgono qualcosa di strano che affiora, come un grosso mucchio di erba che spunta dalla superficie del lago, in quel punto profondo un paio di metri. I due pescatori si avvicinano lentamente e si rendono subito conto che sotto uno strato di alghe, in posizione supina, c' un corpo completamente vestito. Baiocco  sconvolto, si sente mancare. La mente corre a quattro anni prima, quando lui stava per morire annegato e fu salvato per miracolo. Cos si mette a sedere sulla cassetta del pesce e lascia la barca al cognato, il quale con un remo inizia a toccare il corpo per sincerarsi che l'uomo sia davvero morto, mentre lui ricorda cos quei momenti: Vidi un monte di erba e sotto un corpo grosso, fuori del normale. Esclamai: " Non sar mica il corpo del professore?". Era come se fosse seduto sull'acqua, affiorava dallo sterno in su, leggermente pendente all'indietro. Il volto era nero, tumefatto e gonfio, tanto che quasi non si vedevano gli occhi. La mano sinistra  poggiata sullo stomaco, particolarmente gonfia, deforme e scura, ricoperta da qualche alga, mentre l'altra  sotto il livello dell'acqua. I due, ripresisi dallo spavento, decidono di chiamare alcuni pescatori sportivi che si trovano l vicino, pregandoli di avvertire le forze dell'ordine. Nel giro di poco arriva la pilotina dei Carabinieri dall'isola Polvese e una piccola imbarcazione con due guardie lacustri, tra cui anche il maresciallo Bricca che dir: Non sembrava Narducci, non sembrava nemmeno un uomo bianco. Aveva labbra tumefatte, molto grosse e la pelle scurissima. Aveva una camicia e, attorno al collo, una cravatta allacciata molto stretta, tanto che pensai che il colore scuro dipendesse dalla strozzatura della cravatta. Con l'aiuto di alcuni bastoni fanno passare un telo sotto il corpo e lo issano a bordo. L'operazione  abbastanza laboriosa, tanto che quando arriva l'elicottero dei Vigili del Fuoco gli chiedono di risalire, perch le pale alzano troppo vento e disturbano la manovra di recupero. Appena poggiato sul motoscafo dei Carabinieri, raccontano i testimoni, dal cadavere usc qualcosa che sprigion un fetore terribile. Baiocco:

Non so se dalla bocca o dal ventre, vi fu una puzza indescrivibile, tanto che i carabinieri dovettero mettersi una garza al naso e alla bocca. L'uomo senza vita  vestito con un giubbetto aperto, una camicia, una cravatta 
allentata sul collo, un paio di pantaloni e dei mocassini marroni. Quando la pilotina raggiunge il pontile di Sant'Arcangelo, Baiocco rimane subito colpito dall'insolito spiegamento di forze che trova sul molo: oltre alla polizia e ai carabinieri in gran numero, ci sono anche il questore di Perugia Francesco Trio e altre personalit. Una folla che, secondo lui che aveva trascorso tutta la vita sul lago, dove ogni anno si verificavano tre o quattro annegamenti, era del tutto anomala. Appena sbarcati, Baiocco e il cognato vengono invitati ad allontanarsi. Un ftto cordone di poliziotti, guardie lacustri, vigili del fuoco, medici e carabinieri a copertura del cadavere tiene a di stanza curiosi, giornalisti e fotografi. Il corpo viene adagiato sul pontile di Sant'Arcangelo dove, secondo il racconto di Baiocco, resta per circa un'ora. Il giorno seguente, incontrando Ticchioni mentre escono per la pesca, Baiocco gli confessa che, pur avendo fatto il bagnino per ventanni e avendo ripescato vari morti per annegamento, mai gli era capitato uno che stesse con le braccia alte e la pancia all'aria, di solito avevano la bocca piena di melma ed erano tutti ricurvi, il viso rivolto verso il basso, pieni di alghe. E soprattutto erano bianchi, perch stare in acqua per giorni interi, fa diventare bianchi. Anche limitandosi al vestiario di quel corpo recuperato dalle acque, salta subito agli occhi una incongruenza. Come sostengono la moglie e i colleghi che lo incontrarono il giorno della scomparsa, Francesco Narducci indossava una maglietta e non una camicia. Inoltre l'uomo seduto sulla barca che Ticchioni vede e saluta da lontano, nel tardo pomeriggio dell'8 ottobre, ha indosso un giubbetto, che verr poi ritrovato a bordo. Se quello era davvero il corpo del medico - ma non collimerebbe n l'et, Narducci aveva 36 anni e ne dimostrava semmai di meno, n il colore dei capelli, che aveva chiari - avremmo l'indicazione che al tramonto dell'8 ottobre era ancora vivo. Sarebbe quindi scomparso senza il giubbetto, che invece il cadavere ripescato indossava. Se invece quell'uomo non era Narducci, vorrebbe dire che probabilmente il pescatore ha visto - sia pure di sfuggita - qualcuno che per meglio mimetizzarsi ha indossato il giubbetto della vittima, poi lasciato nella barca. Ma anche in questo caso: come faceva il cadavere del lago ad avere il giubbetto? NIENTE AUTOPSIA La massiccia e inconsueta presenza di autorit e personaggi vari sul molo di Sant'Arcangelo non colpisce solo il pescatore Baiocco. Ne parla anche Lorenzo Bruni, maresciallo dei Carabinieri che comanda la stazione di Magione. Originario di Fresinone, quella domenica mattina  di riposo e ha in programma di andare a Roma, come ha avvertito al comando con un fonogramma il giorno prima, il 12 ottobre. Si sta preparando per partire quando, verso le otto del mattino, viene chiamato con urgenza nel suo appartamento di servizio dal militare di turno alla.
stazione. Si precipita al telefono dove c' il capitano della Compagnia Carabinieri di Perugia, Di Carlo, che lo allerta su quello che gli dice essere un semplice annegamento:  stato ritrovato il cadavere di Narducci, vada al molo di Sant'Arcangelo, ho avvertito la dottoressa Seppoloni che sbrigher tutte le pratiche in quattro e quattr'otto, poi potr andare tranquillamente a Roma. Il tempo di indossare la divisa e recarsi sul posto, in venti minuti il maresciallo raggiunge il molo di Sant'Arcangelo e anche lui rimane colpito dal quadro d'insieme che  per la sua esperienza 
singolare. Al lago Trasimeno i casi di annegamento sono in media quattro o cinque all'anno e sempre era intervenuta la stazione dei Carabinieri di Magione. Per la prima volta, adesso, era stata avvisata prima la Questura e solo in un secondo momento era stato chiesto l'intervento dei Carabinieri. Non  la sola anomalia. Mai nel passato si erano viste cos tante autorit sul posto: Bruni riconosce il giudice della Corte d'Appello dottor Arioti, il sostituto procuratore della Repubblica Federico Centrane, il procuratore Nicola Restivo, il capo del nucleo radiomobile operativo dei Carabinieri, capitano Roberto Fioravanti, il suo stesso comandante, capitano Francesco Di Carlo. E ancora: in tutti i casi precedenti la ricognizione cadaverica l'aveva eseguita il medico condotto, il dottor Alessandro Trippetti. Loro, i carabinieri della stazione locale, si limitavano a fare i rilievi fotografici realizzati dal personale fotografico del gruppo - gli

appuntati Fiore o Camera - e quando non c'erano loro, dice Bruni, prendevo il fotografo locale e lo pagavo. Quel giorno n l'uno n l'altro. Siccome il capitano Di Carlo mi disse di aver provveduto a tutto, dir Bruni in sede di incidente probatorio, credevo avesse pensato anche al fotografo, invece foto non vennero fatte. La cosa gli sembra molto strana da subito, ma si guarda bene dal chiedere spiegazioni al superiore. Per la verit, in un momento di distrazione, si apre un varco nel muro di carabinieri, poliziotti e vigili del fuoco fatti disporre attorno al cadavere adagiato sul pontile; ne approfitta Pietro Crocchoni, il fotografo di un giornale locale il quale, seppur a di stanza, riesce a fare alcuni scatti che si riveleranno fondamentali. Normalmente solo dopo aver svolto tutti i rilievi, se le cause del decesso erano chiare, il medico, sentito il parere del sostituto procuratore, dava l'autorizzazione alla sepoltura o all'autopsia e i cadaveri venivano portati all'obitorio di Perugia. Sempre. Una prassi consueta, collaudata, senza eccezioni. Questa volta invece la procedura  un'altra. I rilievi, secondo Bruni, durano una ventina di minuti, pochissimi, considerando anche le perplessit che esprime, a bassa voce, al capitano Di Carlo: Capitano, qui le cose non mi sembrano molto chiare, riferendosi soprattutto alla strana fretta di concludere le operazioni di rito, fino a chiedere con franchezza: Ma le sembra questo il modo di fare una rimozione del cadavere?. Il capitano dei Carabinieri risponde cercando di minimizzare e allo stesso tempo di tranquillizzarlo: Non ti stare a preoccupare, fatti gli affari tuoi tanto la vita continua lo stesso, d'altronde qui ci sono tante autorit.... Nel corso delle operazioni il maresciallo Bruni ha per modo di osservare da vicino il corpo del presunto annegato, che descrive cos: Era gonfio, con macchie. Mi dissero che era stato ripescato dentro un tofo, una rete dei pescatori. Indossava un paio di jeans tirati gi fino alla met e una maglia scura, una specie di tuta con cerniera, e un giubbotto scuro di pelle, sembrava un sommozzatore, erano nere anche le scarpe. Dalla bocca usciva una saliva giallognola. Era stempiato ma dei capelli ricci parevano formare un semicerchio sulla testa. Dalle fattezze e dalla forma sembrava un negroide.

Il maresciallo nota anche l'orologio in metallo sul polso sinistro, fermo, visto che era stato alcuni giorni in acqua. E poi un particolare che ha del miracoloso: in una tasca della giacca del cadavere viene ritrovata la patente di Francesco Narducci, completamente asciutta, come non fosse stata immersa nemmeno un istante, addirittura con ancora perfettamente attaccati i bolli dei vari anni. Tra i carabinieri arrivati sul molo c' anche il brigadiere Aurelio Piga, che fa parte dell'equipaggio di un'auto del nucleo radiomobile. Anche lui  scosso dalle condizioni del cadavere, gonfio, che emana cattivo odore, con vistosi ematomi sul petto, sulla zona mammaria e sulla parte sinistra del costato, che lui considera come frutto di percosse e colpi violenti, tanto che si lascia sfuggire: Ma questo non  morto annegato, quelle sono lesioni. Non fa in tempo a finire la frase che viene zittito da un personaggio che si comportava in modo autoritario. Per i magistrati dalle foto risulterebbe essere il questore Trio, che ha sempre negato e che ha raccontato cos ai giudici quella maledetta mattina: Quando giunsi sul molo del lago Trasimeno, dove era stato portato il cadavere di Narducci, non ebbi il minimo sospetto che ci fosse stato qualcosa di irregolare. Tutti gli adempimenti formali e sostanziali erano stati compiuti. Il dirigente della squadra mobile mi rifer che quella mattina, il 13 ottobre, il corpo era stato trovato e portato sul molo. Il comandante della stazione dei Carabinieri competente aveva chiamato un medico, il quale aveva eseguito l'ispezione cadaverica dopo che i colleghi di Narducci lo avevano riconosciuto formalmente, come risulta dal relativo verbale. Il magistrato, mi venne riferito, aveva quindi parlato telefonicamente con il medico, ordinando la riconsegna del corpo ai familiari. Uno scenario che presentava una grande regolarit. Il brigadiere ricorda anche che mentre la dottoressa Seppoloni stava compiendo la ricognizione cadaverica, da dietro qualcuno aveva commentato dicendo che probabilmente quei segni erano stati provocati dall'urto contro la barca, non appena Narducci era stato colto da malore. Il professor Franco Fabroni, titolare della cattedra di Medicina Legale dell'Universit di Perugia, conferma che in caso di rinvenimento di cadaveri annegati al lago Trasimeno veniva chiamato il medico legale di turno e si effettuava sempre l'autopsia, senza la quale non si pu in nessun caso certificare l'annegamento come causa di morte. Aggiunge dell'altro: quando i cadaveri venivano ripescati a distanza di tre o quattro giorni dalla scomparsa si

presentavano in condizioni normali, salvo le ipostasi agli arti inferiori e superiori o al volto - cio un ristagno di sangue - , e non presentavano una fase enfisematoso putrefattiva, poich l'acqua rallenta i processi di putrefazione. Il medico legale di turno quella domenica  la dottoressa Francesca Barone, patologa dell'Universit di Perugia, la quale per non viene nemmeno avvertita. Invece a essere convocata sul pontile  la dottoressa Daniela Seppoloni. Dall'ospedale di Castiglione del Lago la chiamano per un'urgenza sul molo di Sant'Arcangelo, dov'era stato rinvenuto un cadavere. Della scomparsa di Narducci la dottoressa ha sentito parlare nei giorni precedenti da conoscenti e letto qualcosa sui giornali locali. Quando arriva al pontile, in un pomeriggio di forte vento e con una fastidiosa pioggia che cade a intermittenza, ci mette un secondo a capire che non  una situazione normale. Anche lei si stupisce per quella massiccia presenza di forze dell'ordine, vigili del fuoco, autorit. Della famiglia Narducci c' il fratello Pierluca, che parla con due colleghi di Francesco: il dottor Antonio Morelli e l'altro gastroenterologo, il dottor Ferruccio Farroni. A circa met del molo la dottoressa incontra il medico condotto, il dottor Trippetti, che le conferma come quello disteso gi in fondo, vicino alle scalette di risalita, sia proprio Narducci. A prima vista il cadavere le appare gonfio - specie al viso, alle braccia e all'addome - edematoso, maleodorante e di colore violaceo: I vigili del fuoco mi aiutarono ad allontanare la gente, ricordo che ci si chiedeva come potesse essere successo e si facevano commenti sul dispiacere del padre. Era una giornata tempestosa, grigia e con molto vento. Io dovevo fare soltanto una constatazione di morte e redigere il conseguente verbale. Il cadavere non venne spogliato perch non serviva al fine della constatazione. A parte le precarie condizioni atmosferiche, il lavoro della dottoressa  complicato anche da altri fattori ambientali, diffcili da considerare normali: Ricordo che Pierluca Narducci e i dottori Morelli e Farroni mi giravano continuamente intorno e questo mi dava fastidio, tanto che a un certo punto chiesi espressamente di farli allontanare. Poi, passando tra la folla che aveva fatto ala e circondata dai carabinieri, giunse un'autorit, di corporatura robusta, con una divisa scura, dei gradi sulle spalle e qualcosa sulle maniche. Questa persona mi chiese di fare un'i ispezione cadaverica. Intorno a me c'erano i carabinieri di Magione. Io di norma redigevo solo certificati di

morte, non avendo le competenze specifiche professionali per fare ispezioni cadaveriche. Cos dissi che non ero in condizioni di poterla fare e che il cadavere doveva essere trasportato all'ospedale di Castiglione del Lago. Qui iniziarono insistenze e pressioni fortissime per fare immediatamente l'ispezione sul posto perch si trattava di un caso urgente; c'erano i familiari affranti e non si poteva attendere il trasporto alla camera mortuaria. Quando la dottoressa prova a controbattere, dicendo che quantomeno il corpo va trasportato in un ambiente pi idoneo, le pressioni diventano ancora pi forti. Non importa nemmeno il fatto che questa ispezione fosse stata o no disposta dall'autorit giudiziaria: la esigono subito e, alla fine, la dottoressa cede. La Seppoloni quindi chiede al maresciallo Lorenzo Bruni di farle da segretario per l'ispezione cadaverica. Ci sono delle difficolt oggettive, viste le condizioni generali del cadavere, quasi impossibile da spogliare essendo gli abiti del tutto attaccati alla pelle. Cos i vigili del fuoco con delle forbici iniziano a tagliare parzialmente i vestiti. Viene scoperto quasi del tutto il braccio sinistro, una parte di quello destro, parte del torace, all'infuori delle spalle, il collo. Poi vengono abbassati leggermente i pantaloni, fino a poco sotto l'ombelico, visto che non vanno pi gi. La dottoressa chiede di girare il corpo, per osservare le spalle. Nel compiere l'operazione dalla bocca del cadavere esce un liquido, leggermente schiumoso, di colore rosso cupo, come un conato di vomito. La dottoressa continua a ripetere che in quelle con dizioni  impossibile fare una ispezione, tanto pi che i vigili del fuoco continuano ad avere difficolt nel tagliare gli abiti per via del gonfiore del corpo. Le rimostranze cadono nuovamente nel vuoto: la persona in divisa e con i gradi insiste, ribadendo l'urgenza di provvedere. Ancora la Seppoloni: Ricordo che il volto era tumefatto e violaceo, appariva gonfio, edematoso. Esaminai la scatola cranica nella parte esterna, il volto, il collo e il resto e notai che non vi erano lesioni e altri segni particolari, pur non avendo io esperienza di ispezioni cadaveriche. Ripetei a me stessa che dovevo limitarmi ad accertare la morte e non la causa della morte. Di sicuro il verbale di riconoscimento del cadavere, dove c'era scritto che Narducci era morto da centodieci ore, non fu opera mia ma venne redatto materialmente nel locale della cooperativa la dottoressa si riferisce alla locale cooperativa di pescatori "Alba" .

Dall'ispezione cadaverica, comunque, si evidenzia: macerazione e necrosi iniziale della cute e delle mucose; edema tissutale; emiduluzione con perdita di liquido organico dalla cavit orale e dagli orifzi nasali; assenza di lesioni esterne visivamente e obbiettivamente apprezzabili sul cadavere esaminato. A distanza di anni la dottoressa Seppoloni riconosce nel dottor Morelli, nel dottor Farroni e in Pierluca Narducci le persone che la pressavano, commentando pesantemente il suo operato mentre effettuava l'ispezione, dicendo che era uno schifo, che si trattava di profanazione di cadavere, una cosa immorale. Lo stesso maresciallo Bruni non pu fare a meno di ascoltare e vedere: Mentre la dottoressa era intenta a verificare lo stato del cada vere, qualcuno da dietro cercava di suggerirle cosa dire a me che dovevo redigere il verbale, forse erano medici. La storia delle centodieci ore non veniva dalla dottoressa ma era strana, perch era difficile stabilire l'ora esatta. Nel verbale sottoscritto dalla Seppoloni e redatto dal maresciallo si parla per apertamente di probabile annegamento. Precisa la dottoressa: Le pressioni ci furono anche affinch togliessi quel "probabile" e dessi per certa la causa della morte, dicendo: " chiaro questo  morto annegato". Ma il pressing aumenta quando si tratta di decidere sul da farsi: Volevo scrivere anche che era necessaria l'autopsia ma la pressione del Morelli e di Pierluca Narducci fu talmente forte che mi trovai intimidita psicologicamente e pur avendo scritto "verosimilmente" ho desistito dal convincimento iniziale, quello di chiedere l'autopsia. Anche il dottor Trippetti faceva leva sul dolore dei familiari e sul loro desiderio di riavere il corpo quanto prima. Altro mistero: nel certificato di accertamento della morte, presentato alla Seppoloni, c' la firma della dottoressa Luciana Mencuccini, che non aveva partecipato alle operazioni. Ne parlai al dirigente di medicina legale Piero Giorgi che mi diede ragione e che condivise la stranezza del tutto, dicendo che circolava la voce che il Narducci facesse uso di sostanze stupefacenti, forse eroina, dir poi il medico.  proprio il mancato esame autoptico a far nascere i primi dubbi. Il quotidiano Il Messaggero, nell'edizione umbra del 14 ottobre 1985, commentando il ritrovamento di quello che ufficialmente doveva essere Francesco Narducci, scrive: forse il

giovane e affermato medico, aveva maturato il proposito di togliersi la vita. Ma come? Forse aveva ingerito dei barbiturici prima di prendere la barca: l'unico modo per neutralizzare la resistenza fisica e il proprio istinto di sopravivenza visto che era un esperto nuotatore. Ma come  stato possibile accertare se questo sventurato medico ha ingerito barbiturici o altre sostanze senza un accertamento autoptico?. Non solo: come si fa a stabilire se il gastroenterologo  veramente deceduto per annegamento, se non  stata accertata la presenza di acqua nei polmoni? Neppure l'inconsueta rapidit con la quale si  proceduto ad archiviare l'intera vicenda passa inosservata. Leggiamo ancora su Il Messaggero: e sotto questa luce il caso sembra essere stato chiuso con una celerit inusitata. A meno che gli investigatori non siano in possesso di una prova, di un elemento di certezza che tolga forza ai dubbi. Una fretta accompagnata anche da una serie di irregolarit, nonostante quel 13 ottobre sul molo di Sant'Arcangelo fossero presenti le massime autorit provinciali dello Stato. La Procura perugina ad esempio accerter che, nonostante l'autopsia non sia stata eseguita,  stato inviato al Ministero degli Interni un dispaccio che attesta l'esatto contrario, mentre il nulla osta al seppellimento del cadavere arriver solo il giorno dopo i funerali. I certificati di morte sono addirittura due, con la data del 14 ottobre 1985, rilasciati dal servizio necroscopico della Usi del Trasimeno. Non solo: ci sono incongruenze anche sugli orari del ritrovamento del cadavere. La stazione dei Carabinieri di Magione segnala alla Procura della Repubblica di Perugia che alle ore sette e venti del 13 ottobre da due pescatori della cooperativa "Alba" mentre lavoravano nello specchio d'acqua antistante la localit "Arginone" veniva avvistato un corpo esanime galleggiante in superfcie. Ma nel fascicolo Atti relativi che condensa gli accertamenti dell'epoca, e quelli del Gides (Gruppo investigativo delitti seriali) compiuti nel 2004, ci sono le dichiarazioni dell'elicotterista Mauro Cioni, responsabile del nucleo elicotteri dei Vigili del Fuoco di Arezzo, che ha indicato l'avvistamento in un periodo che va dalle nove alle dieci e trenta del mattino, mentre secondo la versione ufficiale, consacrata nel fascicolo del tribunale e acquisito agli atti, i Carabinieri intervennero alle sette e venti. E ancora: mentre sono state rinvenute le schede d'intervento dei Vigi li del Fuoco nei giorni 9, 10, 11, 12 manca quella pi importante

del 13, inspiegabilmente non rinvenuta, andata smarrita nonostante l'obbligo di custodia permanente delle schede stesse. Dalle testimonianze delle persone che furono presenti quel giorno risulta inoltre che il cadavere  ancora sul molo, quando arriva il carro funebre della ditta Moretti di Magione. Ai due inservienti, alla fine dei tormentati rilievi, la dottoressa Seppoloni dice di portare via la salma e metterla a disposizioni dei familiari. E quando il maresciallo Bruni fa notare al suo comandante che a quel cadavere doveva ancora essere fatta l'autopsia, il capitano Di Carlo lo gela ancora una volta: "Ma lascia stare...!. Pi tardi Bruni riferisce al proprio superiore di un biglietto ritrovato sul davanzale della finestra della villa dei Narducci a San Feliciano, forse scritto dallo stesso Francesco, e non pi trovato. Ma il capitano risponde: Ma s, stai a pensare a queste cose! Si tratta di un semplice annegamento, non andiamo a.... La cosa si ripeter a distanza di alcuni giorni, quando sulle edizioni perugine dei quotidiani Il Corriere dell'Umbria e La Nazione cominciano a comparire articoli dove si parla di un possibile collegamento fra il dottor Narducci e il mostro di Firenze. Bruni, incuriosito, si rivolge ancora al suo comandante: Come mai tutto  stato messo a tacere qua? Perch non sono state fatte indagini al riguardo di questi articoli?. Ancora una volta il capitano Di Carlo blocca sul nascere la sua curiosit: Ma non ti preoccupare sono tutte voci e quando il maresciallo insiste, il capitano a un certo punto quasi si arrabbia: Ci sono ben altre persone che dovrebbero occuparsi del caso, tu sei l'ultima ruota del carro.... Riguardo la mancata autopsia l'allora sostituto procuratore della Repubblica Federico Centrane spiega: Non la disposi perch non lo facevo mai nei casi di annegamento, a meno che dalla ricognizione cadaverica non emergessero ipotesi di reato o altri elementi che facessero pensare a una morte violenta. E in quel caso mi dissero che non c'erano sospetti. Intervistato da La Nazione, chiarir inoltre che non era sul molo quella mattina, contrariamente a quanto affermato da un testimone: Non lo facevo mai in casi come quelli di un annegamento classico, come quello.

E di aver pensato subito a un suicidio: Ma se anche fosse stato cos, non avrei disposto l'autopsia, perch si fa quando ci sono segni di violenza. Quanto alle presunte minacce ricevute dalla dottoressa Seppoloni, Centrone dice:  strano che, se effettivamente ci sono state, non si sia sentita in dovere di riferirle subito al Pm. L'unica cosa che pu venire in mente sono eventuali pressioni per restituire al pi presto il corpo alla famiglia, come sempre avviene in questi casi, ma non per alterare i risultati del suo lavoro. SCAMBIO DI CADAVERE? Dopo le frettolose incombenze di rito svolte sul molo di Sant'Arcangelo, le spoglie del medico sono caricate sul carro di Nazzareno Moretti, titolare della ditta di pompe funebri di Magione. Il mezzo, in teoria, dovrebbe dirigersi alla volta dell'istituto di Medicina legale del Policlinico di Perugia, dove per non arriver mai. Come racconta lo stesso Moretti  la dottoressa Seppoloni, contravvenendo alla consuetudine, a non fornirgli alcun documento per il trasporto della salma. Ma la cosa ancor pi singolare  che a bordo del furgone, al posto del passeggero, sale un non meglio identificato ufficiale di polizia. Ecco la dichiarazione testimoniale di Anna Rita Fino, moglie del Moretti: Tornato a casa disse che era rimasto sconvolto dal cadavere, che defin molto grosso. Forse part con un amico, Pietro Cesarini. Disse che fu costretto a portarlo non all'obitorio come voleva lui, ma nella villa dei Narducci, come gli ordin una persona che comandava e che era salita a bordo, insieme anche a un familiare del defunto. Gli dissi: "ma ti sei rimbecillito? Guarda che rischi cose gravi", e lui si giustific dicendo che la persona potente gli disse di non preoccuparsi, che avrebbero pensato a tutto loro. Della presenza di un familiare di Narducci a bordo del carro funebre non c' sicurezza. Per, quando il mezzo arriva al bivio per San Feliciano, viene bloccato da una giovane donna, che Moretti associa a Giovanna Ceccarelli, la moglie di Pierluca Narducci: Mi intim di invertire la marcia e di raggiungere la villa di San Feliciano, esclamando: " Pap lo vuole a casa!" o qualcosa del genere. A tale ordine l'ufficiale di polizia stranamente non ha niente da eccepire e il veicolo col feretro, dopo aver cambiato direzione, si mette in marcia verso la villa. Molti anni dopo sar proprio Moretti a confidare preoccupato al maresciallo Bruni: Ho proprio fatto una cavolata, ma pensavo fosse una cosa normale. Arrivati alla villa il cadavere viene sistemato in garage e la ditta Moretti esce di scena. Subentra un'altra ditta funebre, la Passeri di Perugia. Titolare  Nazzareno Morarelli che conferma l'aspetto negroide, per la protuberanza delle labbra e il gonfiore. Anche Gabriele Barbetta, suo collaboratore, resta impressionato dalle condizioni della salma, tanto da esclamare al suo socio: Dio com' ridotto, ma ce lo fanno anche rivestire?. Barbetta ricorda anche che a chiamarli fu la famiglia Narducci: Quando arrivammo al pontile c'era per l'impresa di Magione. La bara di recupero era la loro, cos abbiamo seguito il corteo fino alla villa di San Feliciano. Il cadavere era stato messo in un salone al piano terra, sopra un tappeto o una coperta. Era gonfio, grigio con chiazze color kaki, caratteristiche di un avanzato stato di decomposizione ed emanava fetore. Aveva dei capelli sul nero, un po' stempiato, gli occhi semichiusi. Prosegue Barbetta: I familiari avevano preparato gli abiti. Quando lo spogliammo ricordo che aveva una canottiera bianca e dei pantaloni scuri. Lo svestimmo in fretta, ricordo delle macchie su tutto il corpo. Una in particolare, dalla tempia passava per la guancia fino alla spalla. Sar stato un metro e ottanta di altezza e cento chili di peso. Gli facemmo indossare delle mutandine, una maglietta bianca, un paio di pantaloni, una camicia e sopra la maglietta in filammo un golf marrone con ricami fatti a "V ", che andavano orizzontalmente, da un pettorale all'altro. I pantaloni erano di una tuta, quindi elastici e senza passanti. A quel cadavere era impossibile far indossare alcun paio di pantaloni, che avrebbero dovuto essere tagliati sul retro e indossati da davanti. Anche Morarelli racconta che dovettero tagliare sul retro una camicia bianca per fargliela indossare, una giacca o un golf blu. Sulle condizioni del corpo recuperato insomma i giudizi sono unanimi. Ugo Baiocco, il maresciallo Bruni, la dottoressa Seppoloni, gli stessi funzionari della Polizia Speroni notai dei grumi di schiuma alle narici) e Napoleoni era gonfio e scuro, gli addetti

delle imprese funebri concordano nel descrivere il corpo affiorante dalle acque del Trasimeno come gonfio, scuro di pelle, tumefatto e maleodorante perch in avanzato stato di decomposizione. C' poi la testimonianza di una ragazza del posto, Francesca Raspati, che quella mattina assieme alla madre, arriva al molo e si ferma a guardare: Eravamo tenuti a distanza ma non abbastanza da impedirmi di vedere il cadavere, anche se non in viso. Era estremamente gonfio, indossava pantaloni chiari, mi sembravano di fattura rozza, di colore tra il carta da zucchero e il grigio comunque inadeguati per una persona raffinata come Narducci. Indossava un giacchetto marrone di renna di due tonalit, una pi scura e una con due riquadri, uno a destra e uno a sinistra, chiuso davanti, ma l'enorme ventre premeva sull'indumento. Un'altra cosa colpisce la ragazza: Il fatto che i pantaloni erano asciutti, tanto che vidi la riga nettamente. Ma i primi commenti della gente del lago riguardano il come avesse fatto un corpo rimasto in acqua cinque giorni a ridursi in quelle condizioni. Sempre Francesca Raspati racconta delle considerazioni di sua madre, la quale veniva da una famiglia di pescatori e tutte le volte che il Trasimeno aveva restituito il corpo senza vita di qualche affogato, questi era sempre bianco e saponificato. Praticamente la stessa osservazione fatta dal pescatore Ticchioni e avallata, come abbiamo visto, dal professor Fabbroni, titolare della cattedra di Medicina Legale dell'Universit di Perugia. Perfino il professore Morelli, che da l a poco effettuer il riconoscimento accompagnando la salma alla villa di San Feliciano, descrive cos quel cadavere steso sul molo: Era irriconoscibile, edematoso, aveva il volto cianotico ed era talmente gonfio che i bottoni della camicia tiravano a dismisura, con pochi capelli come appiccicati, la fronte molto prominente. Aveva il volto "batraciano" per prominenza delle parti laterali. Morelli per ricorda un particolare importante, lo stesso notato dal maresciallo Bruni: Vidi la patente di Francesco spuntare dal giubbotto o dai pantaloni. Mi colp perch era ben conservata, pur non essendo plastificata. La cosa mi stup molto perch un documento cartaceo rimasto in acqua per cinque giorni diffcilmente si sarebbe conservato in quel modo. Ma a garantire che quel corpo, quasi irriconoscibile per ammissione di tutti i presenti, appartenesse realmente a Francesco Narducci, insieme al professor Morelli,  un altro medico e amico di Narducci: il professor Ferruccio Farroni, anche lui presente sul molo. Pure lui descrive il cadavere enormemente edematoso, con il volto cianotico e l'aspetto di un pallone, sfigurato, sembrava l'omino della Michelin. Alla contestazione, legittima e sensata, di come avesse potuto allora affermare di riconoscervi l'amico scomparso, Farroni risponde di essere stato tratto in inganno forse dagli indumenti indossati; a suo dire jeans, giacchetto in renna e Lacoste blu mentre l'uomo ripescato aveva una camicia, e dalla patente. Farroni accompagner la salma dal pontile fino alla villa dei Nardcucci, dove vedr il cadavere appoggiato su delle coperte messe a terra, per essere ripulito e vestito. Ascoltato dai magistrati il professore dir di aver litigato furiosamente con il padre Ugo Narducci, cercando di convincerlo di far eseguire l'autopsia, sottolineando che altrimenti sarebbe stato un errore e ne sarebbe seguita una valanga di illazioni. Vista per l'irremovibilit del professore - assolutamente no, disse il discorso fini l. A confermare il quadro delle condizioni di quel corpo c' un'altra e ben pi importante testimonianza: quella dello stesso Ugo Narducci. A suo dire il momento della ricomposizione e vestizione fu anche l'unico in cui vide il cadavere del figlio morto: L'ho visto quando fu portato dal molo nella mia villetta. Pur riconoscendolo, vidi che il viso era gonfio e sembrava quello di un negro. Il corpo lo vidi quando lo stavano girando e ricordo che era gonfio anche il corpo, ma quello che colpiva di pi era il volto, estremamente gonfio, labbra comprese. Facevo capolino dalle scale, malgrado gli uomini delle pompe funebri mi invitassero a venire dopo che il cadavere fosse stato ricomposto. La salma viene vista anche da un altro collega di Narducci, il dottor Stefano Fiorucci, che va alla villa di San Feliciano insieme alla dottoressa Federica Franciosini e al dottor Cassetta. In seguito racconter di aver solo intravisto il corpo da una porta sem i chiusa, di aver riconosciuto il giacchetto di renna marrone, ma di essere stato colpito per il volto gonfio, scuro di colore, quasi irriconoscibile. Gli abiti del defunto non furono mai restituiti alla vedova, che pure li aveva chiesti alla famiglia Narducci, mentre le furono restituiti il portafoglio con alcune banconote, la fede nuziale e la catenina. A Francesca, invece, vengono chiesti altri abiti per la vestizione del congiunto. Non li porta direttamente, ma ne manda parecchi; tra quelli scelti con cura un completo scuro, scarpe anch'esse scure e un pullover, oltre a un altro paio di pantaloni. Francesco era di costituzione magra e negli ultimi tempi, a partire dal suo viaggio negli Stati Uniti, era semmai ancor pi dimagrito. La salma di Francesco Narducci viene vestita da quattro addetti delle pompe funebri, senza la presenza dei familiari. Non  chiaro nemmeno il momento in cui la bara viene sigillata e quando viene lasciata aperta per l'ultimo saluto di amici e parenti, dal momento che le testimonianze sono discordanti. Dice l'addetto alle pompe funebri Morarelli: La bara venne sigillata la sera della domenica 13 ottobre o la mattina successiva prima delle dieci. Ugo Narducci avverte la nuora del ritrovamento verso le undici, undici e trenta, aggiungendo che avrebbe fatto chiudere la bara di l a poco. Quando la vedova arriva, alle quindici di luned volontariamente in ritardo, volendo conservare l'immagine del marito come era in vita, la cassa era effettivamente gi chiusa. Una visita, tra le altre, risulter per decisiva.  quella della signora Maria Teresa Miriano, sorella del procuratore capo di Perugia Nicola Restivo, la quale dar una descrizione della salma assolutamente diversa. Amica di famiglia, conosce Francesco fin da piccolo. Alla notizia della tragedia, la Miriano si reca a San Feliciano insieme al l'amica Tati Altissimi a rendere omaggio al defunto, dove arriva intorno alle quindici e trenta. C' gi molta gente: i coniugi Cancellotti, la signora Solinas, la signora Nicolini, tutti del giro di amicizie del professor Narducci. La signora Miriano  fortunata, capita infatti proprio nel breve lasso di tempo in cui il feretro  aperto e riconosce senza ombra di dubbio Francesco, il quale aveva una espressione serena del viso, al punto che sembrava truccato, senza alcun segno di violenza, assolutamente non gonfio e con tutti i suoi capelli chiari e lisci, insomma perfettamente riconoscibile. Vestito con pantaloni di jeans o del colore dei jeans e una giacca di lana e pelle abbottonata sul davanti, dalla quale spunta una camicia verde. L'unica cosa insolita  quel rigonfiamento all'altezza dell'ad dome, come se avesse un po' di pancetta, lui che era sempre cos

slanciato. Solo molti anni dopo si scoprir che non di pancetta si trattava ma di un telo chiaro, di forma rettangolare, messo da chiss chi all'altezza dell'addome, a contatto della pelle. Quello stesso telo che gli addetti alla vestizione della ditta Passeri escludono di aver sistemato sul cadavere dell'uomo ripescato nel lago e che sar rinvenuto solo al momento della riesumazione del corpo. Anche lo stesso professor Morelli, che il giorno del recupero del cadavere al lago disse di aver riconosciuto Francesco Narducci pi per i vestiti che indossava che per la fisionomia, essendo questa ormai quasi irriconoscibile, viene sorpreso dalle fattezze del defunto sistemato nella bara: Non so dire in che modo, ma quel cadavere aveva qualcosa di diverso da quello che avevo visto sul molo. Questo assomigliava di pi a Francesco. Il professore per decide di fermare l la sua curiosit e non si chiede come ci sia stato possibile. La scienza non contempla un tale repentino mutamento di condizioni e proporzioni. Un corpo in avanzato stato di putrefazione, gonfio, tumefatto non pu regredire naturalmente fino alle condizioni di partenza, ovvero ai tratti quasi nordici, come quelli di Francesco Narducci. I capelli scuri, ricci e radi non possono diventare castano chiaro e lisci. Il tutto, poi, in poche ore. QUALCOSA NON QUADRA Il modo col quale viene gestita la scomparsa del giovane medico e soprattutto il successivo ritrovamento del cadavere sono decisamente inusuali.  vero che la famiglia del gastroenterologo  una delle pi in vista della citt e in una tragica circostanza come questa, qualche riguardo nei confronti dei congiunti sarebbe senz'altro comprensibile. Niente di strano, ad esempio, se si fosse solo cercato di accelerare le pratiche burocratiche di rito, sempre estremamente penose. Ma ci che avviene sul molo di Sant'Arcangelo quella domenica mattina, come abbiamo visto, va ben oltre. Per gli inquirenti  il questore Francesco Trio, buon amico e fratello di loggia di Ugo Narducci, a mettere a disposizione della famiglia parte dell'apparato istituzionale di cui  a capo. Partecipa subito in prima persona alle ricerche, si mette alla guida del gruppo di autorit accorse sul pontile di Sant'Arcangelo per dirigere tutte le operazioni, disponendo una sorta di cordone sanitario intorno al cadavere adagiato sul molo e impedendo che siano scattate foto. Forse  a causa di tutto ci che le voci sul conto di Francesco Narducci e di un suo possibile coinvolgimento nei delitti del mostro cominciano a circolare, diventando sempre pi insistenti col passare dei giorni e delle settimane. Oppure perch qualcuno si lascia scappare qualche confidenza su cose strane avvenute sul conto del medico, come ad esempio gli impiegati civili della Questura che hanno visto il fascicolo Atti relativi, che condensa gli accertamenti riguardanti Narducci, gi compilato in maniera quantomeno affrettata e senza alcuni degli accertamenti di routine in casi del genere, alleggerirsi ulteriormente. Intanto manca la scheda d'intervento pi importante, quella del 13 ottobre 1985, redatta dai Vigili del Fuoco. Da essa ci si sarebbe accorti di un'evidente incongruenza, come accerter il Gruppo investigativo per i delitti seriali, Gides, nel 2004. Agli uomini del Gides l'elicotterista Mauro Cioni, responsabile del nucleo elicotteri del comando Vigili del Fuoco di Arezzo, dir infatti che l'avvistamento del corpo affiorante dalle acque del Trasimeno  avvenuto in un periodo di tempo che va ! dalle nove alle dieci e trenta del mattino, mentre secondo la versione ufficiale, contenuta nel fascicolo del tribunale e acquisita agli atti, i Carabinieri intervennero alle sette e venti. Anche gli impiegati all'ufficio personale dell'Universit, circa un mese dopo la scomparsa di Narducci, assistono al precipitoso arrivo degli uomini della Procura di Firenze, agli ordini di Pier luigi Vigna, per indagare sugli ultimi spostamenti del giovane gastroenterologo. L'ultima busta anonima arrivata agli inquirenti conteneva fotocopie di ritagli del quotidiano fiorentino La Nazione con un titolo: Altro errore del mostro. La notte del delitto le strade erano controllate e la sua auto potrebbe essere stata segnalata da un casellante. E infatti gli investigatori arrivano all'ufficio personale dell'Universit esibendo proprio un mazzetto di scontrini autostradali e chiedono di visionare tutta la documentazione relativa alle sue assenze, alle entrate e alle uscite dal lavoro. Sono tre giorni molto concitati, ricorda una delle impiegate, e pi di una volta dalla stanza del capoufficio sentono alzarsi il tono della voce. Il settimanale Tempi ha intervistato nel 1996 Pierluigi Vigna, diventato nel frattempo procuratore antimafia, chiedendo perch abbia indagato sul medico perugino:

Non  che avessimo indagato. Era venuto da noi un anonimo. Si sono fatti tutti i riscontri. Scoprimmo che all'epoca di uno degli omicidi questa persona era in America. Quindi abbandonammo quella pista. In quell'occasione venne acquisito il decreto che autorizzava il congedo straordinario di Narducci per motivi di studio dal 16 settembre al 31 dicembre del 1981, per frequentare un corso di specializzazione a Philadelphia. Nell'ottobre di quello stesso anno avviene l'omicidio di Calenzano, in cui morirono Susanna Cambi e Stefano Baldi, il quarto dei delitti seriali fiorentini. Pierluigi Vigna e Paolo Canessa, quest'ultimo tuttora titolare dell'inchiesta sui mandanti degli omicidi del mostro di Firenze, chiesero mediante l'interpol accertamenti negli Stati Uniti e risult che effettivamente Narducci aveva frequentato l'universit in quella citt della Pennsylvania come uditore, alloggiando presso la International House dal 16 settembre al 13 dicembre di quell'anno. Ma i detective americani riferiscono anche che presso la struttura ricettiva non c' un registro di ingresso e di uscita e neppure uno che registri le telefonate in arrivo e in partenza. Riescono a rintracciare una collega di Narducci la quale conferm che il medico partecip a tutte le lezioni che per si svolgevano soltanto il luned e il mercoled. Tra l'ultima lezione della settimana e la prima di quella successiva c'era insomma un buco di quattro giorni; in teoria un tempo sufficiente per prendere un volo transoceanico di andata e ritorno per l'Italia. - Tuttavia dopo l'incursione degli uomini della Procura fiorentina tutto tace. Il fascicolo riguardante il gastroenterologo si smarrisce per diverso tempo. Viene ritrovato qualche anno dopo, anche questo molto dimagrito: dei fogli riguardanti i viaggi di studio e di lavoro, le ferie, le entrate e le uscite dal Policlinico in cui lavora Narducci non c' pi traccia. C' dell'altro. Narducci torner dalle vacanze estive con vistose ferite a un braccio e al viso, come ricorda una collega, la dottoressa Manuela Gaburri, che interrogata nel 2002 dice: Nel settembre 1985 Francesco, come lui disse, soffr di una dermatite allergica pi una congiuntivite a un occhio, mi sembra quello destro. Rammento che aveva la congiuntiva molto arrossata e delle chiazze rosse nell'area peripalpebrale e fu lui stesso a mostrarmi quelle lesioni al ritorno dalle ferie. Anche un'infermiera, Gianlaura Lilli, circa un mese prima

della scomparsa del medico, vide una ferita, al braccio: Disse che era caduto e che non lo poteva utilizzare e quindi non poteva effettuare gli esami di manometria. L'8 settembre 1985 avviene l'ultimo degli omicidi attribuiti al mostro.  notte. Nadine Mauriot, 36 anni, e Jean Michel Kravechvili, 25 anni, stanno facendo l'amore in una tenda da campeggio che hanno montato in una radura nei pressi di San Casciano. Improvvisamente qualcuno squarcia il telo e fa fuoco con una calibro 22. Il giovane, ferito, tenta di fuggire e si nasconde tra i rovi, ma viene raggiunto da uno degli assassini. Due giorni dopo l'omicidio della coppia di francesi, vicino a un lavatoio vengono trovate delle tracce di sangue, a meno di un chilometro di distanza dalla piazzola dove erano stati uccisi i due ragazzi francesi e, dalle cronache de La Nazione, si sa che accanto alla tenda  stato trovato anche un rotolo di asciugamani di carta, forse usato dal mostro per pulirsi gli abiti o una ferita. Sono proprio questi elementi che fanno pensare agli investigatori che tra Michael e l'aggressore sia nata una disperata colluttazione e prima di ricevere il definitivo colpo di pistola al cuore il giovane sia riuscito a ferirlo. Poich i cani poliziotto portati nella radura hanno fiutato il sangue solo per pochi metri fermandosi all'improvviso, si pensa anche che il mostro abbia riposto i feticci tagliati alla povera ragazza in una busta di plastica o comunque in un contenitore con chiusura ermetica. Il 14 settembre il sindaco di Firenze Land Conti, comunica che su pressione dei magistrati fiorentini il ministro degli Interni, Oscar Luigi Scalfaro, ha autorizzato una taglia di 500 milioni di lire - Vigna: L'ho proposta io, qualcuno deve sapere ed  ora che parli - per chi fornisca informazioni utili a rintracciare l'assassino. Per raccogliere le eventuali segnalazioni sono a disposizione due numeri di telefono: il 476262 della Polizia e il 211025 dei Carabinieri. Ancora una volta  il quotidiano fiorentino La Nazione a seguire, per ovvi motivi, il caso attraverso la penna di Mario Spezi, che si era gi guadagnato il soprannome di mostrologo ed  proprio lui a scrivere di un'impronta di scarpe numero quarantaquattro, che farebbe pensare a un'altezza di circa 1,85 rinvenuta sulla scena del crimine. Il 5 ottobre, sempre Spezi, sulle colonne del giornale racconta un episodio che ha dell'incredibile: due giovani di Prato, andati in gita come tanti fino alla piazzola oramai divenuta tristemente famosa, avrebbero ritrovato, a circa dieci metri dal posto dov'era montata la tenda dei francesi, due guanti di plastica, di quelli in uso ai medici, puliti e non rovesciati, numero sette, quindi di taglia piccola, fuori dalla loro busta. E, proprio sotto ai guanti, un fazzolettino di carta con macchie scure, a prima vista di sangue, e alcuni capelli color castano. L'articolo racconta anche dello scetticismo degli investigatori: Avevamo raccolto anche i fiammiferi. Ma i reperti vengono comunque portati alla caserma di Borgo Ognissanti a Firenze, a disposizione dei magistrati Canessa e Fleury. L'8 ottobre ancora Mario Spezi, come sempre informatissimo sui progressi delle indagini, viene a sapere che stanno arrivando le prime conferme, le macchie sul fazzolettino di carta sono di sangue umano. La notizia uscir il giorno dopo sulle colonne de La Nazione. Gli inquirenti, cio, sanno forse qualcosa in pi, e forse qual cosa di importante. E, proprio quel giorno, Narducci prima rice ve una telefonata e poi scompare per sempre. Appena un mese dopo, a novembre, la taglia del ministro degli Interni verr ritirata. 

INDAGINI SEGRETE. 

Un fatto sembra certo: sul conto di Francesco Narducci si svolgono, fin da epoca non sospetta, indagini segrete, coperte, in qualche modo collegate con i fatti fiorentini. L'incaricato  il fidato ispettore della Squadra mobile Luigi Napoleoni che, secondo la Procura perugina, agisce a volte perfino all'insaputa del suo diretto superiore Alberto Speroni. Di tutte le sue iniziative di indagine il Pm Mignini non trova traccia nei rapporti di servizio che invece avrebbero dovuto essere redatti e custoditi. La mappa delle attivit viene cos parzialmente ricostruita per via deduttiva consultando, negli archivi della Questura, la cartellina dei Prospetti di lavoro straordinario. Cosa dicono quelle carte? Ad esempio che in data 8 ottobre 1985, vale a dire la sera della scomparsa di Narducci, sono registrate due ore di straordinario (ore ventuno-ventitre) per indagini a Foligno sul mostro di Firenze. Altre ore, diciannove in totale, sono segnate sui brogliacci nei giorni successivi e riguardano gli altri collaboratori di Napoleoni, ore destinate alle ricerche per la scomparsa di Francesco Narducci oppure alle indagini relative al mostro di Firenze, eseguite anche a Foligno, dove il dottore aveva uno studio privato. Come quelle in data 15 ottobre 1985, il giorno dei funerali, dalle ventuno all'una del mattino, quando viene effettuato un servizio riservato nella citt di Foligno. Ma le attivit di Napoleoni si estendono anche oltre il territorio di competenza, - dicono sempre gli inquirenti perugini senza la minima presa di contatto con la magistratura e le autorit locali di polizia giudiziaria. Si viene a sapere che, sempre nel settembre 1985, Napoleoni va a San Casciano e poi a Firenze, in cerca di un appartamento in uso al Narducci e forse dei reperti asportati alle vittime. C' una traccia lasciata in Questura: un foglio con la data del 30 settembre 1985 su cui risulta annotato mostro di Firenze - ufficio postale bar Jolly - via stretta - citt - seduto fuori - colore di capelli castani - occhi - occhiali scuri - vestito maglietta bianca , blu jeans un po' di barba - niente orologi - bracciale. Sull'altro lato del foglio c' scritto: Timberland - solo al bar soldi dove sono - in tasca della maglietta. E di traverso: Jach' [ forse la discoteca - no macchina - sembra che... lettere si gillate pubblico presente - raccomandata - occhiali nel cassetto dell'uffcio pistola - soldi in barca [o banca... ore 14... finire il suo lavoro... 21,00 oggi pizzeria in taxi (Fi)... telo marrone mancante in una casa disabitata lontana dall'... taxi colore azzurro. Colpisce soprattutto un fatto: nella data dell'ultimo duplice delitto del mostro, quello dei turisti francesi avvenuto l'8 settembre 1985, Napoleoni e i suoi uomini svolgono indagini a Foligno, dalle ore diciotto alle venti e dalle ore ventidue alle quattro del mattino; poi dalle ore diciassette alle ore venti del giorno seguente. Dir l'ispettore Napoleoni all'inizio del 2002: La notte tra l'8 e il 9 ottobre, mi chiam il questore Trio e mi disse di recarmi presso il lago Trasimeno in quanto era scomparso il dottor Francesco Narducci. Rimasi sorpreso da questa chiamata perch il questore avrebbe dovuto, a mio avviso, chiamare prima il dirigente dottor Speroni... Durante i tre giorni seguenti, nei quali rimasi sempre al lago, chiesi al questore di poter interrogare la moglie e i familiari, e comunque di effettuare gli accertamenti approfonditi ma il questore mi ripeteva che non erano necessari perch tanto si trattava di una disgrazia. E tutto questo prima ancora che fosse rinvenuto il cadavere. Il giorno del ritrovamento, una domenica, fui avvertito dalla sala operativa del rinvenimento di un corpo nel lago, immaginando che si trattasse del Narducci, insieme all'agente Antonio Tardioli andai sul posto. Ricordo che il cadavere era gonfio e di colore marrone scuro, un po' saponato. Ricordo anche che, alcuni giorni dopo, ma non so dire con precisione quando, andai a Firenze nell'abitazione che poteva essere stata utilizzata dal Narducci per ricercare parti di corpo fem minili sotto alcool e sotto formalina. Non ricordo n la zona n l'ubicazione dell'appartamento, ricordo solo che si trattava di una costruzione non recente a pi piani, forse un condominio. Mi sembra che eravamo entrati dentro Firenze. Di quella casa ho un solo ricordo, di un corridoio, ma non ricordo chi mi ci mand n con chi fossi, probabilmente con un collaboratore della squadra mobile. Le ricerche dettero esito negativo. Dunque, esito negativo. Peccato che tale risultato contrasti con le testimonianze di altre persone. Nel giugno 2002, cio cinque mesi dopo quella deposizione, Napoleoni ha un soprassalto di memoria e ricorda qualcos'altro, sull'appartamento fiorentino. Ad esempio di quanto gli disse un certo Edoardo Frivola, che li aveva indirizzati verso un vicolo tra i palazzi antichi del centro: Andammo a Firenze e individuammo la strada, ricordo che entrammo in un appartamento con un corridoio lungo. Non ricordo nemmeno se chiedemmo aiuto alla mobile fiorentina o avvisammo l'autorit giudiziaria, come si fa in questi casi. Come risulta dal brogliaccio, i servizi degli agenti fatti a Foligno o altrove, in date vicine o coincidenti a quelle in cui il mostro aveva colpito, erano, per la Questura, legate ai fatti di Firenze. In altre parole: a Perugia, fin da allora, Narducci era stato col legato a Firenze. Il perch nessuno lo ha mai spiegato, forse perch le attivit investigative sono state svolte in maniera del tutto irrituale. Insomma, dopo le indagini private o ufficiose, quelli che inizialmente erano solo sospetti cominciano ad avere un certo fondamento.  allora che iniziano a manifestarsi taluni atteggiamenti da parte di ambienti interessati a mascherare le possibili cause della morte di Francesco Narducci. Tanto pi che potrebbe essere stato lo stesso medico a confessare il suo opprimente legame con le tragiche uccisioni avvenute sulle colline intorno Firenze, o un altro terribile segreto, proprio in quella lettera che avrebbe lasciato in vista nella villa di San Feliciano, prima di allontanarsi, per l'ultima volta. Poco dopo che Francesco se ne  andato, nella villa arriva il custode, Luigi Stefanelli.  il factotum e si occupa di piccoli lavoretti di manutenzione, pulizia, cura delle piante. Quel pomeriggio deve si stemare la legna, cos passa a prendere la moglie Emma Magara e si dirige verso casa Narducci, della quale  l'unico estraneo ad avere le chiavi. Non trova nessuno ma capisce che qualcuno  appena passato, lo prova il segno della moto sulla ghiaia, come se quel qualcuno fosse partito in fretta. L'uomo entra in casa e trova una lettera sul davanzale della finestra o sul tavolo, questo non  del tutto chiaro. La stessa signora Emma parler ad Alberto Buini, il vicino, di un messaggio scritto su tutte e due le parti del foglio, con una grafia quasi illeggibile, attribuibile a colpo d'occhio a quella di un medico, quindi a uno dei figli del professore. Aggiungendo che, quando il marito era tornato nella villa [la sera o il giorno dopo, della lettera non Vera pi traccia, qualcuno l'aveva fatta sparire. Cosa c'era scritto in quella lettera?  improbabile che Stefanelli e la moglie non l'abbiano letta, almeno le prime righe. La curiosit deve averli attirati, almeno quanto il riserbo li deve aver respinti, ma l'indecifrabilit e, forse, il contenuto devono averli dissuasi dall'arrivare fino in fondo. E la lasciano l, sul davanzale. Stefanelli non pu riferire cosa vi fosse scritto perch  morto, portando con s il suo segreto. Parla invece Cesare Agabitini, custode dell'isola Polvese, suo amico e collega. A lui confid di quel foglio A4 scritto fitto su entrambi i lati e di essere sicuro che fosse stato il fratello di Francesco, Pierluca, passato in serata nella villa, ad aver preso e fatto sparire la lettera. Di questa lettera parlano anche altri testimoni. Uno in particolare, un maresciallo dell'Arma, Giuliano Bambini, gi comandante del nucleo investigativo del gruppo Carabinieri di Perugia. Anche la sua  una testimonianza de relato. Parlando un giorno con l'ispettore Luigi Napoleoni, questi gli aveva fatto capire di non voler affrontare l'argomento Narducci, bisbigliandogli che si trattava di un suicidio e la lettera, che lo provava, l'aveva presa lui. Pure Euro Grilli, giornalista a quel tempo del Corriere del l'Umbria, ricordando le anomalie di quel ritrovamento conferma: Non mi ricordo chi me lo rifer, ma venni a conoscenza che, nei pressi della barca o all'interno di essa, venne ritrovata una lettera manoscritta lasciata da Narducci dove tra le righe, e fra le altre cose non meglio conosciute, avrebbe scritto: "Chiedo scusa al mondo intero" o "a tutto il mondo". Che la famiglia Narducci sapesse qualcosa del terribile segreto di Francesco potrebbe provarlo il racconto di Michele Baratta, all'epoca fidanzato di Elisabetta, sorella del medico. Subito dopo la morte, davanti alle dicerie e alle pesanti insinuazioni sul fratello, lei non reagisce stizzita ma segue fedelmente i consigli che le d un mago, utili per liberare dalle colpe la sua anima. Il mago che Elisabetta incontra a Elee, un quartiere di Perugia, si chiama Stefano Capitanucci. Dopo essersi fatta leggere la mano, lui le dice che bisogna liberare l'anima irrequieta del fratello, implicato nei delitti del mostro di Firenze, e che per far questo va compiuto un rituale magico: il venerd, per tre settimane consecutive, bisogna bruciare dei chiodi di garofano o incenso nella villa al lago. Baratta racconta che questi riti, ai quali partecip, vennero effettivamente eseguiti sempre dopo cena, all'insaputa dei genitori. Era Elisabetta che, al buio, metteva dei chiodi di garofano e altre essenze, non esclusa la rosa canina, in una ciotolina che poi appoggiava a terra dando fuoco. Ascoltato dagli inquirenti Capitanucci prima dir di non ricordare pi quei fatti a cos distanza di tempo, nascondendosi dietro una realt di alcolista, poi ha invece un soprassalto di lucidit e conferma di aver fatto un rito insieme alla ragazza, avendo intuito che l'anima di Francesco fosse infelice: Andammo nella villa al lago, perch Elisabetta mi disse che l avevano portato il corpo di suo fratello. Mi chiese di accendere l'incenso di sandalo perch quello serve a togliere le negativit e a scontare le colpe degli altri. L'incenso di gelsomino serve invece a dare pace e armonia. Secondo Baratta i rapporti tra la Elisabetta e Francesca erano pessimi. Se il matrimonio sembrava non funzionare, secondo Elisabetta, era soprattutto per colpa della cognata: Anche dopo la morte se la prendeva con lei, dicendo che era colpa sua perch Francesco non le voleva bene. Una sera Elisabetta prese a calci e graffi con una chiave l'auto di Francesca, in piazza Piccinino. 

SULLE TRACCE DEL MOSTRO. 

Per gli investigatori, quindi, Narducci non era uno sconosciuto. Lo dice, come gi visto, il pescatore Enzo Ticchioni, al quale il sovrintendente della Polizia di Stato Emanuele Petri, ucciso nel marzo 2003'sul treno Roma-Firenze dai due brigatisti rossi Mario

Galesi e Desdemona Lioce, raccont dell'inseguimento fattogli poco prima della scomparsa, fallito perch perso di vista all'altezza di Terontola, sulla strada che da Firenze va a Perugia, poco prima che arrivasse a un posto di blocco appositamente istituito. La Polizia si occupa anche della casa del medico. A confermarlo, indirettamente,  la stessa cognata di Narducci, Giovanna Ceccarelli, la quale, intercettata telefonicamente, racconta a un'am ica che nei giorni tra l'8 e il 13 ottobre 1985 ha fatto una puntata nell'appartamento di Perugia: Appena sono entrata ho tolto quella foto, perch dopo che fa cevo? C'era la Scientifica.... Quindi, la Ceccarelli sente il bisogno di mettere in salvo un'immagine di Francesco per impedire che venga prelevata dalla polizia scientifica, foto che evidentemente si trova nell'appartamento uno o due giorni prima che il lago restituisca il suo presunto corpo. Cosa ci faceva la scientifica in casa del medico se per quanto riguarda la sua scomparsa non erano emersi indizi di reato? Forse indagava su qualcos'altro? Anche di questo rapporto in Questura non si trova pi traccia, e nemmeno nel fascicolo dell'ufficio istruzione del tribunale. Sulle tracce del mostro arriva pure l'investigatore privato Valerio Pasquini, residente a Impruneta, di fronte a via di Giogoli, proprio davanti alla villa La Sfacciata presso la quale furono uccisi i due ragazzi tedeschi e sede, secondo diverse testimonianze, di festini a luci rosse cui partecipavano molte persone. Pasquini, in aula, dichiara di aver iniziato a occuparsi della vicenda dopo aver conosciuto, in vacanza all'Argentario, Claudio Mazza, professore di scuole medie, e la moglie Annarita.  da lei che sente per la prima volta il nome di Narducci. I due raccontano all'investigatore che nell'estate 1989, in tribunale a Perugia, erano stati uditi due avvocati dire che il mostro non avrebbe pi colpito perch si era suicidato, era un medico di quella stessa citt. Inoltre, secondo la signora Mazza, il giorno stesso della scomparsa, Narducci avrebbe ricevuto una telefonata anonima che lo avvertiva che i Carabinieri erano sulle sue tracce e lo stavano tallonando. Pasquini decide di saperne di pi. Nel 1993 - sempre secondo la sua deposizione - va all'ufficio anagrafe del capoluogo umbro e parla con due impiegate, Silvana Alberati e Emilia Cataluffi.  quest'ultima che gli racconta di come i Carabinieri della compagnia di Perugia, gi da prima della scomparsa e della

morte di Narducci, abbiano svolto indagini sul medico, di come era stato assiduamente pedinato prima ancora dell'ultimo delitto e di come le indagini erano state per bloccate. Fa riferimento ad alcune lettere anonime arrivate ai Carabinieri, una in particolare ritenuta assai interessante, dove erano riportate le date dei viaggi di andata e ritorno per Firenze di Narducci, che coincidevano perfettamente con quelle dei duplici omicidi. Pasquini incontra anche due infermieri di Gastroenterologia, Sandro Paciola e Peppino Pifferotti, che lo informano di come, nei giorni della scomparsa, l'ambulatorio in ospedale del professor Narducci venne perquisito da carabinieri in borghese venuti da Firenze. Un altro giorno, racconta sempre Pifferotti, le locandine di un giornale locale gridarono che Narducci era implicato nelle vicende del mostro e che due vigili del fuoco avevano visto alcuni feticci nella villa di San Feliciano. Pasquini cerca una copia di quel giornale ma non ne trova traccia nemmeno in biblioteca. Passa allora dal Corriere dell'Umbria dove parla con il capo cronista Mauro Avellini, il quale con ferma tutto. Il giornalista ha effettivamente raccolto la confidenza di uno dei vigili del fuoco, intervenuti nel recupero della salma a San Feliciano, che avrebbe visto nello scantinato un barattolo di vetro con dei resti umani. Naturalmente lo scrisse in un pezzo previsto per la prima pagina, con tanto di strillo sulle locandine fuori dalle edicole. In un batter d'occhio tutte le copie del giornale diventarono introvabili e al giornalista arriv un avvertimento: se non avessero ritirato quelle locandine gli avrebbero sparato. Riguardo i feticci agli atti risulta un'altra testimonianza, quella del maresciallo dei Carabinieri Antonio De Blasi, con il quale, durante la battuta all'isola Polvese in cerca del gastroenterologo si confida il vice-brigadiere Salvatore De Mattia. Gli dice che lui e altri militari della stazione di Magione si recarono nell'appartamento fiorentino del Narducci per effettuare una perquisizione domiciliare dalla quale sarebbero dovute uscire fuori le parti anatomiche femminili asportate alle vittime dal mostro di Firenze. Purtroppo non trovarono nulla perch qualcuno, forse un parente stretto, era arrivato prima facendo sparire tutto quanto. Sempre pi incuriosito Pasquini decide allora di spacciarsi per un conoscente di Francesco e si presenta in ospedale per avere da Ferruccio Farroni spiegazioni sulla dinamica dei fatti. Farroni risponde che avrebbero dovuto fissare un appuntamento perch indaffarato:

Avrei da dire alcune cose e il discorso sarebbe lungo. Sempre tramite la Cataluffi incontra l'ispettore Napoleoni, il quale gli conferma le anomalie di quel caso, evidenti fin dall'inizio. In tutti i casi di morte sospetta, dice, si interrogano tutti i familiari per sapere se il defunto avesse dei nemici. Si fanno cio delle indagini a trecentossessanta gradi. Quando mor Narducci invece si cominci a dire che bisognava sbrigarsi, che le indagini non erano necessarie, non fu fatto quasi niente, n perquisizioni n ricerche nell'abitazione. E non era mai successo che non ve nisse fatta l'autopsia. Interrogata dai magistrati, la Cataluff conferma tutto, fin dal suo incontro col Pasquini, anche se le date sembrano non coincidere: Non mi era ancora arrivato dal Comune di Magione l'incartamento relativo alla certificazione di morte, quindi eravamo proprio nei giorni seguenti il ritrovamento del corpo. Rilasciai a Pasquini i certificati anagrafici, lo stato di famiglia e quant'altro poteva interessargli in relazione alla famiglia Spagnoli, specificandogli che i Narducci erano originari di Assisi e quindi, per gli accertamenti sul loro conto, si doveva rivolgere a quel Comune. Pasquini torna altre due volte all'anagrafe di Perugia per ritirare i documenti e circa un mese dopo chiama a casa la Cataluff: Mi disse che doveva smettere l'indagine perch cos gli era stato ordinato, senza per dirmi da chi. Da quel momento non lo rividi pi. La Cataluff aveva pensato di scrivere un libro con l'investigatore e per questo aveva iniziato a fare un sacco di domande. In particolare alcuni giornalisti del Corriere dell'Umbria dovevano portarle il nome del vigile del fuoco che aveva visto i feticci, ma a un certo punto tutti hanno smesso di collaborare, dicendo che dietro la vicenda Narducci c'era qualcosa di molto grosso e pericoloso. Alla Cataluff l'ispettore Luigi Napoleoni dice di aver iniziato a indagare sul conto del medico fin dal 1981-82. Un giorno la va a trovare in abiti civili, con in mano una lettera anonima che riguardava la morte di Narducci, scritta a mano su entrambi i lati. Le dice di dover fare alcune indagini proprio sulla base di questa lettera. Ancora la Cataluff: A causa del mio lavoro ero spesso a contatto con esponenti di tutte le forze dell'ordine. In questo caso, rilasciai anche a lui la documentazione anagrafica richiesta. Torn dopo circa due mesi,

per altri motivi, gli chiesi come fosse finita quella vicenda e anche lui mi disse: " tutto bloccato, tutto fermo, ordini superiori", facendo un gesto con la mano come a dire: non posso parlare di pi. L'impiegata dir poi che Napoleoni avrebbe ricevuto una telefonata da Roma che lo invitava a sospendere qualsiasi indagine. Lo riferisce anche a Pasquini, il quale per dubita: se mai vi fossero stati dei messaggi dal Viminale, avrebbero usato fonogrammi e non telefonate; di certo non si sarebbero rivolti a un sottufficiale ma avrebbero contattato uno pi alto in grado. A meno che, ed  questa una delle letture possibili, non si volesse di proposito percorrere una strada irrituale per non lasciare tracce. Anche un altro funzionario della Questura, Alberto Speroni, confida all'impiegata dell'anagrafe: Tutto a tacere, aggiungendo che si supponeva che il medico fosse coinvolto nei delitti del mostro di Firenze. All'ufficio anagrafe, poco dopo la morte di Narducci, arrivano pure i Carabinieri. La Cataluffi ricorda l'appuntato Cecchi e il maresciallo Magiionico. Uno dei due le chiede lo stato anagrafico completo del casato Spagnoli. La Cataluffi gli domanda: Ma ci credete al suicidio, visto che state anche voi facendo l'indagine sulla morte di Narducci?. Quello non risponde e se ne va. Cataluffi: Torn dopo un po' di tempo e anche a lui chiesi come erano finite le indagini. Mi rispose come gli altri due: " Bloccate da un ordine superiore". Quando Pasquini ha ormai messo insieme del materiale cerca di farlo pubblicare, ma senza successo. Prima prova con il settimanale Visto, che per gli chiede di assumersi ogni responsabilit in caso di querela, poi con altre due testate. Avuta risposta negativa decide di consegnarlo direttamente a Pierluigi Vigna.  l'ottobre 1993. Vigna, che in quel momento  molto impegnato, sta andando a La Spezia ad arrestare Donatella Di Rosa, che aveva appena accusato il generale Monticone e altri militari di lavorare all'organizzazione di un colpo di Stato, non prende minimamente in considerazione i fatti e le testimonianze raccolte da Pasquini.  Narducci? S'informa il Pm.  proprio lui assicura l'investigatore. Allora Vigna ribatte che di quel dottore se n'era occupato e aveva accertato la sua estraneit con la vicenda del mostro. Suggerisce anche a Pasquini di non insistere oltre perch non pu certo saperne pi di lui, che su questa storia c' sopra ormai da venticinque anni.

VOX POPULI. 

Il funerale del giovane medico chiude l'attenzione sulla vicenda ma non placa le dicerie, che fin da subito vogliono un medico perugino coinvolto nei delitti del mostro. Un giornalista del Corriere dell'Umbria, Mino De Masi, racconta di come il suo direttore, nell'ottobre del 1985, piomb in redazione ordinando di fermare le rotative perch una fonte gli aveva detto che da Firenze stavano per arrestare il mostro, appunto un dottore perugino. Tutto, alla fine, inspiegabilmente rientr. Il nome di Narducci comincia a circolare anche sui giornali nazionali. Nel 1988 il cronista de Il Giornale, Andrea Pucci, viene avvisato da una fonte interna al Ministero della Difesa di al cune indagini in corso da parte della Procura fiorentina sulla morte del gastroenterologo perugino. Dice Pucci: Ne parlai con il caporedattore e andai all'ospedale di Monteluce, a Perugia, dove tutti mi guardavano sbigottiti quando iniziai a chiedere notizie sul medico. Fu il professor Morelli a dirmi che era stato trovato cadavere nel Trasimeno e si stup che lo cercassi. Sembrava ancora turbato da quella vicenda e mi confid che finalmente era ora che qualcuno facesse luce su quella morte cos strana. Poi chiam Farroni, un medico con i baffi, che mi sembr assai infastidito. Si vantava di essere il miglior amico di Narducci, del quale disse che odiava le armi, che era una persona tranquilla, che non aveva fatto il militare perch il padre glielo aveva evitato e che era uno abile negli sport, specie nel tennis. Disse che si era sposato con una Spagnoli e che non avevano avuto figli. Ricevute queste informazioni Pucci richiama la fonte che gli conferma la presenza di Narducci, per un mese, alla Scuola di Sanit Interforze di Firenze, nel periodo coincidente con il delitto del 1974, avvenuto nei pressi di Borgo San Lorenzo; quello in cui alla ragazza era stato infilato un tralcio di vite nella vagina. Il cronista si sposta allora al lago Trasimeno e parla con il pescatore Baiocco, che gli racconta di quel corpo ripescato nero, nero e del padre che aveva baciato in bocca il cadavere. Pi tardi Pucci va a Foligno e incontra Ugo Narducci. Lo trova in ospedale e gli dice apertamente qual  il motivo della sua visita: Il professore non batt ciglio e mi invit a seguirlo nel suo studio, come se fosse desideroso di parlare della cosa con qualcuno. Mi conferm che il figlio aveva fatto il servizio militare solo

per un mese, che fin da piccolo lo portava a caccia con s, che frequentava il poligono di Umbertide dove si allenava con una Beretta 22, che gli aveva regalato lui una Mini Minor rossa per la laurea o il diploma superiore, che c'erano dei problemi con la moglie per la mancanza di figli, ma dimostr un particolare senso di protezione verso la nuora che preg di non coinvolgere nella vi cenda. "Il Giornale" decise di fermarsi l. L'eco del dubbio arriva a lambire anche ambienti vicini alla famiglia. Il professore Mario Belluno, radiologo dell'ospedale di Perugia, al vertice del Grande Oriente d'Italia nel capoluogo umbro e ! titolare della loggia intitolata al padre, dice agli inquirenti: ___ S Mi sono convinto che Francesco potesse avere dei legami con un gruppo fiorentino ben determinato e potente, coinvolto in attivit criminose. Questo l'ho sentito dire anche prima della scomparsa, in particolarit nel suo ultimo mese di vita. Un giorno un contadino mi fece delle allusioni a un medico perugino che avrebbe avuto una casa vicino ai luoghi degli omicidi. Ho saputo che la proprietaria di questo appartamento sarebbe andata a denunciare alla locale caserma dei Carabinieri la scomparsa dell'inquilino che non pagava pi il canone. Questa confidenza mi venne fatta da una persona autorevole di cui non ricordo il nome, al quale a sua volta era stata riferita da una persona di origine fiorentina, pi precisamente l'appartamento doveva essere nella zona di Scandicci o San Casciano. Debbo dire anche che Francesca mi confid che negli ultimi tempi il marito era molto turbato. , Bellucci, che fu testimone di nozze di Francesca, nutre delle riserve sul carattere di Francesco, a suo parere difficile, supponente verso le terze persone. E pur sembrandogli il menage fa miliare apparentemente tranquillo, aveva netta la sensazione che Francesco non raccontasse proprio tutto alla consorte, che si te nesse dentro qualcosa. A Beliucci non sfugge l'ostilit dimostrata dalla famiglia Narducci nei confronti di Francesca, e pi in generale della famiglia Spagnoli, motivata dal fatto che, a loro parere, la colpa di questo disagio risiedeva nella mancata gravidanza di Francesca. Di un certo disagio racconta la stessa Emilia Cataluffi, buona conoscitrice della famiglia Spagnoli grazie alle confidenze di sua zia, Emma Cacchi, balia di Lino, Mariella, Maria Luisa, Gianni e dei molti nipoti. Nella deposizione resa nel gennaio 2004, la Cataluffi racconta di aver saputo dalla zia che Francesca, dopo la morte del marito,

era stata costretta a lasciare la citt perch terrorizzata. Pur non sapendo spiegare il motivo di questa paura, le disse di aver sempre avuto dubbi sulla morte del marito e la sua convinzione era che fosse stato ammazzato. Disse pure che tutti gli Spagnoli pensavano a un probabile omicidio e non a un suicidio o a una disgrazia. Raccogliendo lo sfogo della vedova, la Cacchi, viene a sapere che Francesco rimaneva fuori tutte le notti di luna piena e che si comportava in modo strano fin dai primi tempi del matrimonio. E che il giorno della scomparsa mand dei fiori alla mamma con un biglietto: mamma ti voglio tanto bene. Le voci sul conto del gastroenterologo, e questo si sapr solo pi tardi, girano anche negli ambienti delle forze dell'ordine. Ecco il racconto del colonnello, oggi a riposo, Antonio Colletti, al l'epoca comandante del Nucleo Operativo dei Carabinieri: A quel tempo ero alle dirette dipendenze del procuratore capo e del comandante della Legione di Perugia. Qualcuno nel corso delle indagini mi indic Narducci come il capo di un gruppo di persone legate ai delitti del "mostro" di Firenze, mi dissero che forse era quello che eseguiva materialmente le mutilazioni. La diceria mi arriv anche da una mia fonte confidenziale. Emblematica  anche la testimonianza dell'allevatore Attilio Piselli, il quale accompagnando un giorno nel Mugello il maresciallo dei Carabinieri Enzo Baldoni, arrivato pi o meno all'al tezza dell'area di parcheggio di Scandicci, si sent dire: Eravamo arrivati a mettere le mani sul mostro di Firenze e invece tutte le nostre fatiche sono andate in fumo perch la massoneria ha fatto archiviare ogni cosa. Alla conseguente domanda di Piselli, su chi fosse veramente il mostro, il maresciallo risponde cos: Il figlio del professor Narducci, che era uno degli esponenti della massoneria. Il professore ha fatto ammazzare il figlio dal garzone quando si  accorto di quello che stava combinando. Gli faceva comodo trovare un coglione e l'hanno trovato. Agli atti c' pure la testimonianza di Letizia Ciaffaloni, che racconta di alcuni volantini fatti circolare a Foligno dove Narducci veniva indicato come il mostro di Firenze, volantini che anche Antonietta Fongo, dipendente dello studio notarile Biavati, ricorda perfettamente. Ma c' un avvocato, Claudio Caparvi, che addirittura, si presenta spontaneamente ai magistrati per riferire delle confidenze fattegli dal professor Ferruccio Farroni. Fu durante una cena, nel

1999. a casa di amici, che Farroni gli esprime i suoi dubbi riguardo la morte del medico: Disse che per motivi professionali era venuto a conoscenza che alcuni fiorentini potenti, che ritenni essere medici, avevano costituito una sorta di loggia di "finocchi coperti", come si espresse testualmente. Costoro, secondo Farroni, avevano organizzato i delitti del "mostro": Francesco ne era venuto a conoscenza, e quindi era divenuto pericoloso per il gruppo che aveva deciso di eliminarlo inscenando un finto suicidio. Ferruccio mi disse che l'avevano narcotizzato, gli avevano messo una cintura da sub con i piombi alla vita e poi l'avevano immerso nel lago. Quando i giornali diedero la notizia del secondo livello dei delitti, mi telefon e mi disse: "Hai visto che avevo ragione?". Sentito dai magistrati Farroni dir di essere un tipo particolarmente perspicace e di aver previsto gli avvenimenti... Ma che Farroni sappia pi di quello che dice o vuole far apparire lo afferma anche Laura Berrettini, istitutrice delle figlie di Gianni Spagnoli: Durante il fidanzamento con Cristina Peirone, nell'estate del 2001, una sera a cena sul terrazzo della famiglia, in via Diaz, presenti anche i figli di Cristina, il professor Farroni usc con affermazioni molto forti: disse che la situazione era ingarbugliatissima, che c'erano dei notabili che non dovevano apparire, che c'era un'attivit di indagine e lui sapeva chi aveva ucciso Francesco. Gli chiesi perch non l'avesse detto prima e mi rispose che l'aveva gi fatto, che andava a smuovere una situazione che coinvolgeva per sonaggi intoccabili. Alla discussione si aggiunse anche un figlio di Cristina, Simone Ramadori, che gli chiese la ragione del per ch non ne avesse parlato prima e lui rispose che non era il momento, che c'erano collegamenti con Firenze e alluse anche a un coinvolgimento con i delitti fiorentini. Disse che Francesco era entrato in un giro pi grande di lui, pedina di una storia che aveva a che fare con le sette e le messe nere. Dalla sua compagna seppi che Farroni era un massone "in sonno". Le voci, le dicerie, quindi, si rincorrono e si intrecciano l'una al l'altra in un groviglio dove  diffcile distinguere verit e fantasia. Ravvisando i gravi indizi di un delitto volontario, il giudice per le indagini preliminari di Perugia autorizza alcune intercettazioni telefoniche. In particolare viene registrata una telefonata tra Gianni Spagnoli e la figlia Luisa, fatta il 23 gennaio 2004, alle ore venti e

trentacinque, nella quale si commentano le notizie pubblicate dal Corriere della Sera dello stesso giorno. Il padre dice che era verit il ritrovamento di feticci in un'abitazione in uso al Narducci nei pressi di Firenze, precisando che si trattava di una vecchia casa colonica in localit San Pa... forse San Pancrazio, e che la proprietaria, non ricevendo pi il canone da Francesco, aveva chiamato il padre Ugo che vi si era precipitato insieme all'altro figlio Pierluca e ad alcuni elementi della Polizia. All'interno avrebbero trovato un frigorifero con le parti asportate alle vittime. Messo davanti alla registrazione, Spagnoli si giustifica dicen do di non aver fatto altro che riportare quanto scritto dai giornali, ma nessun giornale, tantomeno il Corriere, cita una vecchia casa colonica, ma semplicemente una casa, un appartamento, un'abitazione. E solo due giorni dopo, il 25 gennaio sul Corriere della Sera si legge di una cascina. Di una misteriosa casa in Toscana si parla anche in un'altra in tercettazione telefonica, quella tra una certa Daniela Cortona e l'amica Rita, del 18 novembre 2003, ore diciassette e sei minuti, nella quale Daniela confessa di essere stata convocata dai Carabinieri ma non ritiene di sbilanciarsi; esortata anche dall'amica, le confida di essere stata pi volte alle feste organizzate da Francesco, in una casa della madre del Narducci in Toscana. Interrogata, dir di sapere dell'esistenza ma di non esservi mai stata. Altra telefonata, questa volta tra Daniela Ceccarelli, cognata di Narducci, e la madre Adriana, 17 ottobre 2002, ore diciassette e trentasette, nella quale si commenta una notizia di una vicenda di riti satanici avvenuta a Pescara, Daniela sbotta: Eh, ma era tutto l'mi cognato che faceva casino, no?. Il 22 gennaio 2004 l'ispettore Luigi Napoleoni  al telefono con la figlia Monica: le dice di aver letto l'articolo [come ha fatto a leggere un articolo che sar pubblicato il giorno dopo? dove si parla di Francesco Calamandrei, farmacista di San Casciano: Fa parte di una setta esoterica, lui  uno di quelli che mandava... E poi sembra che 'sto Narducci fosse colui il quale, questo lo dico io, teneva i macabri resti delle donne uccise eccetera... Poi a un certo momento sicuramente questo forse voleva uscire dal giro e l'hanno amma... Insomma, il mandante anche dell'omicidio di Narducci... quando esce fuori Trio.... I feticci sono un argomento ricorrente. Ecco la testimonianza di Sante Beccaccioli, autista dell'allora presidente del tribunale, Raffaele Zampa, deceduto nel 1997:

Una mattina, alcuni mesi dopo la morte di Narducci, il presidente mi confid di ci che la sera prima, durante una cena, gli aveva riferito una persona: cio che in quei giorni, i proprietari di un appartamento di Firenze di cui era locatario Narducci, insospettiti dal mancato pagamento dell'affitto, avevano cercato di contattare il medico. Saputo della sua morte, erano riusciti a con tattare i parenti che gli avevano procurato un mazzo di chiavi. E, sempre secondo il racconto dell'amico, all'interno del frigorifero sarebbe stato rinvenuto un barattolo o pi con organi genitali femminili, corrispondenti alle parti notoriamente asportate. Chiesi al presidente se non fosse il caso di avvertire la polizia, e questi mi rispose: "Ormai  morto. Sante, che vuol fare?". Perfino nelle Logge cittadine se ne parla. Massimo Spagnoli: Una cosa mi colp e cio che pochi giorni dopo la morte di Francesco, il professor Giovanni Ceccarelli, padre della cognata del medico scomparso, che io conoscevo appena, mi disse che non aveva mai visto un cadavere cos gonfio. Ci mi stup perch Francesco era notoriamente longilineo. In quei giorni invitai pi volte mio fratello a chiedere l'autopsia, ma Gianni mi diceva sempre che era stata Francesca a non volerla. Poi venni a sapere che c'era stato "un inguacchio massonico" . Preciso che molti anni prima, dopo pressanti richieste di Augusto De Megni, ero entrato in una loggia del Grande Oriente, la Guardabassi, ma dopo aver partecipato a una riunione rinunciai, capendo che non faceva per me. A quanto mi dissero mia moglie e alcuni massoni di mia conoscenza, seppi che Ugo Narducci, tramite De Megni, chiese al questore Trio, anche lui massone, di far chiudere rapidamente gli accertamenti senza che venisse fatta l'autopsia. So che la magistratura venne tenuta all'oscuro e Trio si adoper per ch l'autorit giudiziaria considerasse la morte un fatto accidentale o un suicidio. Il motivo per cui Ugo non voleva l'autopsia veniva spiegato con il coinvolgimento in una storia terribile del figlio collegata con il mostro: si diceva che a Firenze in un appartamento a lui in dotazione, custodiva boccette con resti di cadavere. Quello che non so spiegarmi  il voltafaccia di Ugo e Pierluca nei confronti della famiglia Spagnoli. Mi  stato riferito che Pierluca cacci Francesca dalla chiesa per il trigesimo dicendole che non apparteneva alla famiglia Narducci. Ma delle turbolenze in loggia provocate dal caso Narducci ne parla soprattutto un altro personaggio, Ferdinando Benedetti, geometra delle ferrovie dello Stato, dirigente della sezione pi

antica a Perugia del Partito repubblicano, la Guglielmo Miliocchi.  il braccio destro dell'ex presidente della regione Enzo Paolo Tiberi, che seguivo come un cagnolino, fino al 1985, quando Tiberi e altri si staccano e danno vita a una nuova sezione, la Ugo La Malfa, composta praticamente da tutti coloro che avevano la doppia iscrizione: al Pri e alla massoneria. Benedetti non entra mai nella massoneria, nonostante i ripetuti inviti. Conferma invece la sua iscrizione alla Societ di Mutuo Soccorso, dal 1991 al 2004, in qualit di revisore dei conti e membro del consiglio di amministrazione, di cui facevano parte come soci onorari anche De Megni e Bellucci. Il geometra prende nota di tutto; a livello quasi maniacale, spulcia elenchi e ne redige altri di sua spontanea iniziativa, per avere un quadro esatto dei partecipanti. C'era l'usanza di mettere come soci onorari i capi loggia, cio i Maestri Venerabili delle diciotto logge perugine. Ebbi la possibilit di vedere degli elenchi e ho ritrovato Bellucci in quello della P2, De Megni in quelli sia della P2 e sia in quello del Pri. Praticamente, da quell'osservatorio, Benedetti ha il polso aggiornatissimo e storico delle appartenenze massoniche. Parlando della loggia Bellucci, alla met degli anni Ottanta, cio quella dove erano affiliati i personaggi protagonisti della vicenda, Benedetti spiega: Era una loggia piena di medici universitari. Ascoltavo i loro discorsi nelle riunioni conviviali, ad esempio in occasione delle ricorrenze della presa di Porta Pia (20 settembre) o della Repubblica romana (9 febbraio), dove si parlava molto di spartizioni e carriere. Accadeva spesso infatti in queste riunioni che persone di et avanzata, alla fine, si estraniavano; andavano fuori da qual che parte a decidere per esempio chi nominare primario all'ospedale di Perugia. La vicenda della scomparsa e della morte del dottor Narducci scuote la locale massoneria, tanto che, come osserva Benedetti, era oggetto di discussione in qualsiasi riunione. Si nota una spaccatura ben delineata, amicizie personali escluse: da una parte i massoni socialisti e dall'altra quelli repubblicani. Narducci non veniva nemmeno mai nominato, al pi ci si riferiva a quel medico morto al lago, ma tutti sapevano di cosa si parlava. Durante l'incidente probatorio il Pm Mignini contesta a Benedetti alcune sue dichiarazioni rilasciate nel 2002. La prima: L'argomento Narducci fu trattato come unico tema all'ordine

del giorno delle varie logge perugine dal giugno 1986 . Per diversi mesi una maggioranza di stretta misura decise di coprire la vi cenda data la levatura dei personaggi implicati e tale decisione fu poi confermata dal vertice dei diciotto maestri di loggia del Grande Oriente d'Italia, nonostante in quelle riunione fosse emerso che il Narducci fosse coinvolto probabilmente nella vicenda dei delitti del cosiddetto mostro di Firenze, esattamente sapevano che il Narducci custodiva i feticci delle vittime di tali duplici omicidi, questo era il punto fondamentale delle riunioni. La seconda: In quelle riunioni non si era detto che Narducci fosse il mostro di Firenze, ma che fosse uno dei mostri di Firenze. A tale riguardo ricordo bene che prima delle riunioni le logge tendevano a non recepire la voce pubblica di Narducci implicato negli omicidi di Firenze, mentre dopo le discussioni approfondite sul caso nelle riunioni e i particolari accertati dalle logge con le loro indagini, che vi ho riferito, la conclusione di tutte le logge fu che in effetti il Narducci era purtroppo coinvolto in quei delitti. L'ordine dato dalle logge sui risultati delle loro indagini fu quello di mantenere la segretezza ma devo precisare che mi risulta che una parte fu dissenziente perch voleva far emergere la verit; l'ala per cos dire dura invece aveva sostenuto che per lo spirito di corpo non bisognava far trapelare nulla perch altrimenti sarebbero stati coinvolti tutti. Il geometra racconta un episodio avvenuto nel 1987: Capitai al tribunale di Perugia e l incontro Tiberi che stava parlando con l'avvocato Giancarlo Zuccaccia, entrambi massoni. Ascoltai ci che si dicevano mentre mi venivano incontro: "ne parliamo in loggia e parliamo solo del medico". Quando nel 1993 sono andato a vedere gli elenchi ho visto che Zuccaccia non apparteneva alla stessa loggia di Tiberi. Quindi significava "ci vediamo nell'agape" , che  una riunione conviviale che coinvolge tutta l'altra massoneria. Ci sono poi episodi minori, di voci su Narducci fatte in cene private. Si parla perfino di una setta esoterica della quale, secondo il medico odontoiatra Egle Agostini, avrebbero fatto parte molti medici perugini e della zona di Siena e Chiusi: Dal 1975 si diceva che Narducci avesse un appartamento a Firenze, condiviso con un suo amico di Sinalunga. Sentii dire che fin dal 1974, e nell'ultimo periodo universitario, Narducci apparteneva alla setta della Rosa Rossa, nella quale aveva raggiunto il grado di custode.

Uno spaccato della famiglia Narducci lo dipinge Ornella Servadio, amica di famiglia, compagna di bridge di Lisetta Narducci. Sentita nel 2002 accenna anche a una confidenza: Mi disse che a volte Francesco si chiudeva nella villa di San Feliciano insieme ad alcune ragazze. Quando per in sede di incidente probatorio il Pm le chiede di ripetere quelle frasi, dice di non ricordare: Se l'ho detto saranno vere, si limita a dire. Le due amiche sono insieme anche il pomeriggio della scomparsa di Francesco, all'accademia dei Filedoni, in cima a via Alessi. Francesco aveva telefonato alla madre prima che uscisse, lei gli aveva detto che sarebbe andata a giocare e il figlio l'aveva salutata dicendole: Ciao mamma, divertiti. La sera stessa, almeno secondo il racconto di Lisetta, Francesca era andata alla darsena di San Feliciano insieme ai genitori, e appena vista la moto del marito con le chiavi inserite nel quadro, una cosa insolita, mai successa, aveva esclamato: Vuol dire che si  ucciso. Seguirono giorni carichi di angoscia e pena, dice la Servadio, in cui tutti provavano a rincuorare i genitori, sforzandoli a non pensare al peggio ma l'immagine che le resta impressa  quella di Ugo Narducci che cammina per casa ripetendo: Lasciatemi fare che devo pensare a delle cose. Nella prima raccolta di informazioni afferma che in quei giorni Ugo si dava da fare per reperire denaro pensando all'eventualit di un sequestro di persona, al meno nei primi giorni contattava le banche. Testimonianza che stride con il racconto fatto da altri, di un Ugo Narducci sicuro fin da subito della morte del figlio. La Servadio conferma i contatti con i sensitivi e l'arrivo a casa dei genitori, alcuni mesi dopo la morte di Francesco, di alcune lettere anonime. Una in particolare, con su scritto, Per il professor Ugo Narducci, Lisetta gliela fa vedere in macchina, dicendole: Guarda quello che sono capaci di dire di mio figlio. Era scritta con caratteri grandi e una frase, in particolare, la colpisce: I mostri generano i mostri. La Servadio le consiglia di buttarla via e non farla nemmeno vedere al marito Ugo, per non dargli un ulteriore dispiacere. Di Francesco, la Servadio ne parla anche con la signora Bona Franchini, madre di Francesca, la quale le conferma che il genero aveva in uso un appartamento a Firenze. Federica Spagnoli invece racconta di come Alfredo Brizioli, che

diventer poi il legale della famiglia, reag quando lo avvertirono della scomparsa dell'amico: Cercate il passaporto perch se non c' il passaporto  scappato. Da cosa e da chi, non  dato sapere. A dimostrazione del clima che si respirava, ecco la testimonianza della signora Antonietta Vetrini: Nel 1990 feci amicizia con Anna Maria Bevilacqua in Alessandro, moglie del vecchio presidente del tribunale di Perugia, dottor Mario Alessandro, entrambi sono deceduti. Anna Maria mi disse della morte di Narducci che, a suo dire, faceva parte di un gruppo di persone che si erano rese responsabili dell'uccisione di coppie nel territorio fiorentino, attribuite al cosiddetto mostro di Firenze. Secondo la signora avrebbe goduto di forti coperture istituzionali. Il gruppo frequentato dal Narducci era composto da gente altolocata e ben protetta dalle forze dell'ordine. Ma ad accendere un potente riflettore sulla vita privata di Narducci  lo stesso professor Morelli: Sapevo che Narducci, insieme al dottor Farroni, frequentavano e uscivano con donne. So anche, perch me lo ha raccontato un mio collaboratore, che Narducci aveva delle frequentazioni particolari, tipo delle orge, alle quali aveva partecipato anche lui, ma dalle quali era subito scappato non appena avevano iniziato a togliergli i pantaloni. Ed aveva uno strano modo di fare sesso, con un comportamento violento e con urla. LA RIESUMAZIONE Nel marzo 2002 la Procura di Perugia incarica il professore Giovanni Pierucci, direttore dell'istituto di medicina legale di Pavia, di valutare le operazioni compiute sul molo di Sant'Arcangelo dal punto di vista medico-legale. Tre sono le cose che i magistrati vogliono chiarire: capire se le cause e l'epoca della morte di Narducci potessero essere correttamente precisate senza un esame autoptico; specificare se il rigonfiamento del cadavere fosse da ricondurre soltanto allo stadio enfisematoso delle normali modificazioni subite dal corpo post mortem e dare una spiegazione sull'esatta colorazione estremamente scura della pelle. Il risultato, depositato il 20 maggio 2002, parla di totale in sufficienza degli accertamenti eseguiti in sede di ispezione cadaverica esterna. Mentre la colorazione scura risulta essere legata alla fase cromatica della putrefazione. Quanto basta alla Procura per ordinare la riesumazione e l'autopsia, che viene eseguita dallo stesso professor Pierucci, coadiuvato dalla dottoressa Gabriella Carlesi, i quali sulla base dei pochi documenti presenti esprimono dubbi sulla fattibilit dell'esumazione, considerato il tempo trascorso e lo stato del cadavere. Elementi questi che avrebbero comportato una notevole trasformazione delle spoglie. In altre parole: se il corpo ripescato era nello stato che tutti - ma proprio tutti - i testimoni hanno descritto, aprendo la bara quasi vent'anni dopo sarebbe stato impossibile analizzare alcunch. Invece all'apertura della cassa arriva la prima sorpresa: il corpo  in buono stato di conservazione, corificato secondo la relazione tecnica, tanto da risultare ancora riconoscibile. Situazione che consente l'esecuzione di tutti gli esami chiesti dai magistrati (Dna, chimici, istologici, tossicologici). Seconda sorpresa, pi clamorosa, il vestiario: il cadavere in dossa pantaloni blu, chiusi, non elasticizzati e sopratutto taglia 48 small, assolutamente incompatibili con il cadavere gonfio ripescato al lago Trasimeno nel 1985. Ha un giubbetto in maglia, di lana, con zip allacciata e una camicia di colore chiaro, impossibile da stabilire se tagliata dietro perch sfaldatasi al primo contatto. Di questa anomala regressione del cadavere, il Pubblico ministero Giuliano Mignini chiede conto al padre di Francesco, il professor Ugo Narducci, in un interrogatorio, quello del 16 giugno 2002: Pm: Lei ha visto il cadavere di Francesco ripescato nel lago?. Ugo Narducci: Ricordo che vidi il volto che era gonfio e sembrava quello di un negro, pur riconoscendolo. Il corpo lo vidi e ricordo che era gonfio, ma quello che mi colpiva di pi era il volto, anche le labbra mi pare che fossero particolarmente gonfie. Pm: Che taglia aveva Francesco?. Ugo Narducci: Francesco era di costituzione magra ed era anche dimagrito negli ultimi tempi, dal suo ritorno dall'America. Pm: Lei sa che addosso al cadavere riesumato sono stati trovati un paio di pantaloni di taglia 48 small. Come  possibile che questi pantaloni siano stati fatti indossare al cadavere del molo?. Ugo Narducci: Non lo so. Ricordo solo che quando la bara stava per essere chiusa fui chiamato, vidi la camicia abbottonata al collo di Francesco che sembrava quasi lo strozzasse tanto era piccola, e pur essendo gonfio lo riconobbi, lo baciai in volto e poi immediatamente dopo la bara venne sigillata. Terza sorpresa: ci si sarebbe aspettato che capelli, peli e unghie fossero integri ma distaccati, invece il corpo esaminato a Pavia ha capelli folti castano chiari al capo, unghie e peli integri al loro posto, compresi quelli pubici. Quarta sorpresa: l'encefalo del Narducci  sufficientemente ben conservato, cio non  andato incontro al processo di degenerazione che la fase cromatico-enfisematosa del cadavere ripescato avrebbe comportato. Una quinta sorpresa riguarda la modalit di decesso presunta, l'annegamento, che potrebbe in via ipotetica trovare tracce di ; avvenuta applicazione attraverso l'obiettivazione di diatomee j negli organi del circolo genitale, ma di queste microscopiche alghe unicellulari non c' traccia. Il professor Pierucci valuta insufficienti gli accertamenti fatti al l'epoca sul cadavere. Fare una ispezione esterna, condotta da un medico per sua stessa ammissione ignaro di medicina legale e non fare l'autopsia, equivale a scrivere un libro giallo senza l'ultima pagina, quella in cui si svela il colpevole. Ma anche fermandosi all'ispezione, sia pure importantissima ma solo come fase preliminare di un accertamento complesso qual  l'autopsia, questa fu condotta in condizioni proibitive: all'aperto e senza spogliare completamente il cadavere. Il perito di allora, oltretutto, riteneva di dover compilare solo un documento amministrativo, il certificato di constatazione di morte, poco pi di una formalit di fronte a un cadavere che non prospettava dubbi solo su un fatto: che fosse appunto morto. Ma dire, come fu frettolosamente detto all'epoca, che la causa del decesso fu l'annegamento  impossibile da stabilire sulla base di un'ispezione esterna, tanto pi in un cadavere putrefatto. Durante l'autopsia sul corpo riesumato viene eseguita una complicata operazione di dissezione del blocco lingua-faringe-laringe-organi del collo al termine della quale emerge che: [...] il corno superiore di sinistra  vistosamente fratturato alla sua met circa, con lussazione del moncone distale e formazione di una sorta di ginocchio al vertice dei due segmenti fratturativi. In corrispondenza di esso, il periostio-pericondrio risulta minutamente lacerato. La frattura, sta scritto nella relazione,  causata da asfissia meccanica violenta prodotta mediante costrizione del collo, o di tipo manuale (strozzamento) o mediante laccio (strangolamento), secondo una modalit omicidiaria. Viene anche rilevato l'oppiaceo di sintesi meperidina o petidina, ad azione analgesico-narcotica, in estratti acquosi dello stomaco, della colecisti e della vescica, nell'encefalo e nei capelli.

 risultato che negli ultimi mesi di vita Narducci ha fatto uso di meperidina, con una certa continuit, ma la concentrazione riscontrata nell'encefalo  superiore alle dosi terapeutiche massime. Un livello quasi tossico, anche se ancora distante dalla soglia letale. Il legale dei genitori di Narducci spiega cos il livello anomalo del farmaco ansiolitico e antidolorifico, anche sulla base delle consulenze di due eminenti tossicologi come i professori Rino Froldi e Fraco Lodi (cfr. Brizioli, Ansa 19 dicembre 2002): La meperidina  un prodotto molto usato in gastroenterologia, settore nel quale Francesco era specializzato. Tra il marzo 1984 e la fine di settembre 1985 ne acquist 150 fiale per la sua attivit privata che svolgeva in un ambulatorio di Foligno, come di mostrano le fatture e i certificati che abbiamo ritrovato. In quel periodo aveva una diffcile situazione emotiva per problemi sul lavoro e per il difficile rapporto con la moglie. Soffriva poi per una frattura non curata alla tibia e la meperidina  particolarmente utilizzate per i dolori ossei. L'alta concentrazione rilevata, quindi, a detta del legale, potrebbe essere spiegata come una "dose finale" che, assunta per bocca, l'avrebbe stordito dopo essere uscito con il suo motoscafo sul Trasimeno, provocando la sua caduta dalla barca e quindi l'annegamento. Difficile dire se il medico abbia assunto volontariamente una dose eccessiva del farmaco o se il malore possa essere stato causato da un progressivo accumulo nell'organismo. Cos come  diffcile stabilire se Narducci fosse gi morto al momento in cui cadeva in acqua o se il decesso sia avvenuto per annegamento. Su un punto, per, i legali della famiglia Narducci non hanno dubbi: la morte del giovane medico sarebbe dovuta proprio all'assunzione di una quantit letale del potente narcotico. Il punto centrale su cui si concentra l'autopsia del cadavere riesumato, per,  la frattura del corno superiore sinistro della cartilagine tiroidea, che un esperto di parte Narducci, il professor Enrico Signorini, riconosce parzialmente parlando di discontinuazione ; termine un po' soft per chiamare la frattura, che non risolve per il problema di quando e come la lesione possa essersi prodotta. Signorini esclude qualsiasi trauma dal vivo e ritenendo logica una manovra traumatica sul cadavere, verificatasi nel lasso di tempo che va dal momento del ritrovamento fino all'esame eseguito diciassette anni dopo.

Lo stesso perito, per, conferma che la lesione  circoscritta e ampiamente protetta, quindi il meccanismo che deve averla prodotta dev'essere compatibile con tali caratteristiche: pressione circoscritta, meno di due centimetri, progressiva e localizzata, in grado di raggiungere il punto in questione, superando le protezioni ma senza perdere la sua caratteristica di concentrazione della spinta. Ma tale pressione  diffcile da immaginare post mortem, a meno che non si ipotizzino manovre di strozzamento di un cadavere. Urti contro il bordo della barca, colpi sul collo, cadute a terra del cadavere, forzature nel collo per la vestizione, lasciando perdere il dondolo o i sobbalzi nella bara, magari durante il trasporto all'istituto di medicina legale di Pavia, non avrebbero mai prodotto la concentrazione e la progressivit della pressione, insomma quelle caratteristiche che l'agente meccanico doveva usare per raggiungere quel risultato. La signora Barbara Cucchi, tecnico del Dipartimento di Medicina legale di Pavia, ricorda cos la sessione del 5 settembre: Ero presente alle operazioni di scarnificazione e dissezione del corno superiore sinistro della cartilagine tiroidea. Era presente l'avvocato Brizioli, un maresciallo dei Carabinieri con la barba, i consulenti di parte e l'avvocato della moglie di Narducci, Francesco Crisi. Il mio compito era quello di tenere immobilizzata con le due mani la laringe, mentre il professor Pierucci la puliva per mettere in luce la cartilagine tiroidea. L'operazione fu condotta magistralmente, tanto che nessuno ha avuto da ridire. Una volta posta in evidenza la parte interessata, Pierucci ha estratto la cartilagine tiroidea, stando bene attento a non toccare i corni della stessa, estraendola con cautela e facilit. Mostrata, nessuno ha fatto osservazioni. Ben scarnificata ha mostrato la linea di frattura esistente nel corno superiore sinistro e nessuno ha obiettato nulla, n sulla parte n sull'operato del professore. L'operazione  durata tre ore. Nonostante le conclusioni del professor Signorini in pratica andassero in direzione di quelle di Pierucci - pressione crescente e localizzata tale da fratturare quel corno lasciando integre le aree circostanti - tutti i consulenti di parte Narducci hanno continuato a sostenere l'ipotesi iniziale: disgrazia, malore e, in subordine e senza spiegazione, il suicidio, escludendo a priori l'omicidio anche solo come eventualit remota.

La famiglia Spagnoli, invece, tramite il proprio legale Francesco Crisi,  convinta che la causa della morte di Francesco non sia attribuibile a un incidente. I consulenti di parte Spagnoli, Mauro Bacci e Massimo Ramadori, hanno condiviso le perplessit sul raffronto tra i due cadaveri, quello ripescato e quello sepolto e poi trasportato a Pavia. Hanno sottolineato la mancanza di diatomee e affermato che la rottura del corno superiore sinistro della cartilagine tiroidea  segno inequivocabile di un'azione traumatica di rilievo, attuata in modo concentrato sulla regione laterale sinistra del collo. La letteratura scientifica valuta la rottura di uno o entrambi i corni come tipici dello strozzamento, assai di pi della rottura dell'osso ioide o delle altre strutture laringee, quali la lamina tiroidea e la cartilagine cricoide. Bacci e Ramadori aggiungono: L'eventuale osservazione microscopica di proliferazione batterica particolarmente abbondante, favorita da fenomeni microemorragici, potrebbe essere segno indiretto del carattere vitale della lesione fratturativa riscontrata. E l'abbondante presenza di miceti  stata effettivamente riscontrata dal professor Pierucci. Questi i punti salienti della perizia, riconosciuti anche dai consulenti delle parti private: a) Narducci negli ultimi mesi di vita - sei, secondo la consulenza di parte Spagnoli - faceva uso ripetuto e con una certa con tinuit di petidina o meperidina, oppiaceo di sintesi ad azione analgesico narcotica, le cui tracce sono state rinvenute nell'encefalo e nei capelli del cadavere nonch nello stomaco, a dimostrazione che l'assunzione avveniva in forma orale e che l'ultima era stata piuttosto recente rispetto al momento del decesso; b) la lunghezza del cadavere era di un metro e ottanta centimetri, che corrispondeva a quella in vita; c) sono stati rinvenuti anche gli esiti di una frattura che Narducci aveva contratto da ragazzo, durante una discesa con gli sci, e l'esame radiologico conferma l'et tra i 25 e i 45 anni; d) nessuna prova dell'annegamento, vista la mancanza di diatomee, anche se si tratta di un dato neutro che non esclude di per s la possibilit. Il valore di indizio certo di annegamento attribuito alle diatomee  infatti circoscritto ai soli casi di cadavere recente; e) riguardo la frattura del corno ioideo, che per Pierucci si ritiene avvenuta in vita, rende quantomeno probabile che la causa della morte sia un'asfissia meccanica violenta prodotta mediante

costrizione del collo o di tipo manuale (strozzamento) o mediante laccio (strangolamento), secondo una modalit omicidiaria. Tale scenario, secondo la Procura perugina, non  immaginabile nemmeno con l'impiccagione, la cui azione fratturativa si svolge con la retropulsione dello ioide e della tiroide contro le vertebre, mentre la tendenza delle due formazioni alla divergenza reciproca viene contrastata e impedita dalla membrana e dal legamento tiro-ioideo. Nello strozzamento invece l'azione si svolge direttamente in un'area limitata e riguarda un segmento piccolo e protetto, per ch esso  raggiunto nella sua relativa profondit da questa specie di sperone durante la presa manuale. La riesumazione si conclude con un altro colpo di scena. Mentre si sveste il cadavere per l'autopsia, all'altezza dell'addome viene trovato un telo rettangolare in lino, con bordi a crochet con motivo ornamentale a cinque fori ripetuti in sequenza e minuziosamente ripiegati.  posizionato sotto i boxer in cotone e avvolge la salma anche posteriormente. Annota la Carlesi: Non vi  alcuna agevolazione alle operazioni di vestizione nel posizionare in tale modo un panno di lino libero, non vincolato, mantenendone nel contempo scrupolosamente i bordi ripiegati posteriormente. Tale manovra denota uno sforzo mirato e congiunto di pi operatori. Chi vest la salma, gli addetti dell'impresa funebre, giurano di non averlo messo. A quel panno fa cenno ancora l'avvocato dei Narducci (cfr. Brizioli, Ansa del 19 dicembre 2002): Effettivamente sul cadavere venne trovato un panno, ma non c' alcun mistero. Si tratta infatti di un asciugamano rettangolare di lino, con un merletto sui lati corti proveniente dall'abitazione dei Narducci di San Feliciano. Venne posto sul corpo per normali esigenze di pudore legate alla vestizione, come si fa spesso in questi casi. La Procura perugina chiede una spiegazione alla dottoressa Gabriella Carlesi, la quale fa brevi cenni riguardo la tanatoprassi, disciplina che studia la ritualit funeraria, molto usata all'estero ma non in Italia, dove ancora non rientra nel regolamento di Polizia Mortuaria. I tanatoprattori, alcuni dei quali amano definirsi manipolatori di corpi, applicano tecniche che ritardano le conseguenze fisiche e biochimiche, altrimenti inevitabili, della morte allo

scopo di ridonare un'apparenza fsica accettabile alla salma, al meno per la consolazione dei parenti. Un limite  dato dallo stato avanzato di putrefazione. In questo caso ci si limita a igenizzare il pi possibile, segnalando ai parenti le difficolt di una vestizione completa, ricorrendo al taglio dei vestiti e apposizione sul corpo, senza provocare nauseabonde fuoriuscite di liquidi e liquami. Per chiarire meglio il significato del telo viene comunque di sposta una ulteriore perizia, affidata al professor Massimo Introvigne, uno dei massimi esperti di nuove religioni e culti magicoesoterici ma anche esperto di tradizioni funerarie. La conclusione cui giunge  che il telo cinto attorno ai fianchi appartiene a un arcaico simbolismo massonico e ha un possibile significato punitivo. A distanza di tempo, anche i consulenti di parte Narducci testimonieranno delle anomalie. Come il dottor Walter Patumi ad esempio, che nel novembre 2004 ammette di non conoscere le condizioni del cadavere ripescato il 13 ottobre 1985 e che l'asserita coincidenza da lui certificata tra quello e quello dell'autopsia derivava unicamente dal fatto che non esistendo dei parametri di riferimento, cio a dire non essendo in letteratura segnalato riesumazione di cadaveri di soggetti annegati venti anni prima, questa coincidenza doveva darsi per scontata. L'altro consulente, il professore Giuseppe Fortuni, anche lui nel 2004, dice di non aver mai visto le foto riportanti dettagli del cadavere ripescato al Trasimeno nel 1985. Che Narducci possa essere stato strangolato  quindi un'ipote si plausibile che combacerebbe perfettamente con quanto di chiarato dall'ispettore Leonardo Mazzi, il quale ai colleghi della squadra mobile racconta che - in un giorno lavorativo, e quindi non di domenica - era andato al lago per recuperare il Narducci che, gli dissero, era stato ritrovato incaprettato. In definitiva lo stesso scenario riferito da Ferruccio Farroni, Attilio Piselli e, vedremo dopo, dallo stesso Pietro Pacciani. Il 26 settembre 2002 viene affidata alla dottoressa Carlesi una consulenza antropometrica. Sulla base di foto del tempo - sostanzialmente una sola utilizzabile, scattata da un fotografo all'inizio del pontile - confrontate con vecchie foto di Narducci in vita, le viene chiesto di fare una comparazione tra l'uomo ripescato al lago e il corpo di Narducci. C' un elemento che gioca a favore: le piastrelle della pavimentazione - venticinque centimetri per venticinque - sono le stesse del 1985, non sono mai state cambiate nel corso degli anni, potendo cos fungere da unit di misura per il calcolo. Con l'ausilio di sofisticati programmi informatici vengono compiuti raffronti tra le fotografie e analizzati i dati del corpo ripescato e quel lo del Narducci. Alla fine la salma ripescata a Sant'Arcangelo risulta avere queste caratteristiche: altezza un metro e settantatre centimetri, con percentuale di errore di circa uno per cento, contro il metro e ottanta del cadavere esumato. L'uomo del lago ha una circonferenza alla vita tra i centodieci e i centodiciannove centimetri, contro i settantadue, settantacinque della salma di Narducci, compatibile con una taglia 48 small. Totale assenza di capelli nella zona tra padiglione auricolare sinistro e parietale temporale sinistro dell'uomo del lago, mentre la salma di Narducci ha i capelli ancora visibili, anche nella zona occipitale. Il 16 dicembre 2002 la dottoressa Carlesi consegna la sua relazione: incompatibilit tra i due cadaveri. _ _ Per la famiglia Narducci quello di uno scambio di cadaveri  un'ipotesi superfantasiosa, causato da un problema di espansione di un errore compiuto nel calcolare i dati antropometrici. Infatti nella controperizia il professor Francesco Mallegni, consulente per la difesa, tende a smontare tale ricostruzione. Contesta vari punti, a cominciare dalla questione dei capelli. Per il perito di parte la fronte dell'annegato  ampia e con un'attaccatura leggermente arretrata, ma perfettamente compatibile con quella del Narducci riesumato. Risponde la Carlesi: Non si capisce come Mallegni possa rilevare la presenza di capelli con precisione tale da affermare che l'attaccatura  leggermente arretrata. Abbiamo ben presente le difficolt avute per raggiungere una definizione delle immagini tale da consentire la successiva applicazione di tecniche di analisi digitale. Le immagini acquisite da Mallegni non possono essere di qualit sufficiente da risultare utilizzabili a un'analisi su base scientifica. Riteniamo che l'enunciato in questione sia una pura valutazione apodittica, priva di fondamento. Altra contestazione  sulla lunghezza del cadavere. Scrive Mallegni: [...] le mattonelle, sette pi un quarto, corrispondente

alla perpendicolare del culmine della testa rispetto al pavimento (misurate sul posto danno una lunghezza totale di mi,80). Senza contare, aggiunge il perito, i piedi, il cui termine risulta in certo in quanto impossibile da misurare con precisione perch coperti e perch va tenuta in conto la possibile lieve flessione tipica degli arti superiori e inferiori negli annegati. E conclude: Ritengo che l'altezza totale del cadavere sia di poco superiore al metro e ottanta centimetri. La Carlesi replica che in termini medico-legali i cadaveri si misurano per lunghezza e non per altezza. Le misurazioni effettuate sono state ipotizzate con margine di errore in un caso del dieci e nell'altro dell'uno per cento. Inoltre l'affermazione che la misura pu essere fatta con minimo margine di errore sarebbe in contraddizione con l'altra tesi di Mallegni, secondo cui il termi ne dei piedi risulta incerto in quanto gli stessi sono coperti. La conclusione  conseguente: Volendo misurare la distanza tra due punti e affermando di non conoscerne uno, ci si domanda quale metodo scientifico sia stato usato per determinare la lunghezza della salma. Altra contestazione  sulle dimensioni del corpo ripescato. Mallegni lo ritiene compatibile con quello di Narducci, nonostante l'acqua assorbita nei cinque giorni di immersione. Replica la Carlesi: Un cadavere sommerso non assorbe acqua come una spugna. Inoltre lo stato di enfisema putrefattivo era conclamato ed evidente, come risulta da numerose deposizioni e dalla consulenza tecnica del professor Pierucci: " la putrefazione era rigogliosissima, in fase enfisematosa florida, caratterizzata dallo sviluppo di abbondante gas". Insomma, per la dottoressa Carlesi le conclusioni del professor Mallegni sono apodittiche e prive di metodo scientifico. Con un'ulteriore consulenza, la Carlesi cerca di ricostruire il volto dell'uomo del lago comparando tre fotografe: quella della salma esumata di Narducci, una che ritrae Narducci giovane e con la testa rasata, una dell'uomo ripescato a Sant'Arcangelo. Gli esperti rilevano i punti anatomici craniometrici sull'immagine e tracciano i piani tangenti. Secondo la classificazione di Broca risulta che il cranio dell'uomo ripescato  brachicefalo, cio con la larghezza prevalente sulla lunghezza, mentre quello del Narducci  di tipo subdolicocefalo, con un'altezza regolare del terzo distale del volto, dato che indica una post-rotazione della

mandibola normo o ipodivergente, con regolare intercispidazione dentale nei settori posteriori. Dall'elaborazione tridimensionale delle foto, risulta la totale compatibilit tra la testa virtuale di Narducci in vita e quella virtuale della salma esumata. Mentre appaiono evidenti le diversit anatomiche della conformazione - brachicefalo e subdolicocefalo - e della diversa lunghezza del terzo distale tra quella del l'uomo del lago e le altre due immagini di Narducci. Dunque, stando all'autopsia, la causa di morte del dottor Francesco Narducci non solo non sarebbe naturale, ma il corpo ripescato nel lago quel 13 ottobre 1985 non era il suo, bens quello di uno sconosciuto, fatto passare per il gastroenterologo. Per eliminare qualsiasi ombra di dubbio, nel 2006 la Procura di Perugia affida al Reparto investigazioni scientifiche (Ris) dei Carabinieri di Parma una consulenza tecnica per verificare la bont e la correttezza dell'operato della dottoressa Carlesi e ricostruire, per quanto possibile, sulla base delle foto e dei negativi, il volto e il capo dell'uomo riemerso nel Trasimeno. La prima fase riguarda l'esame oggettivo delle immagini a di sposizione. Tramite particolari software di recontruction, restoration and enhancement, viene migliorata la qualit delle immagini, che vengono studiate attentamente per determinare le caratteristiche morfologiche (forma dell'orecchio, forma e dimensione del naso, profilo dell'angolo mandibolare), i contorni delle strutture anatomiche (andamento generale del volto, delle arcate sopraccigliari, profilo della bocca) e i contrassegni: le cicatrici, i nei, i porri, le eventuali malformazioni. Per riprodurre l'apparenza di un volto, che ha una forma geometrica estremamente complessa, l'ideale  ottenere un modello in tre dimensioni. In linea generale due foto di uno stesso soggetto, una frontale e una laterale, sono sufficienti per la ricostruzione di un prototipo tridimensionale. Addirittura, mediante punti di controllo detti marker,  possibile far aprire o chiudere gli occhi e la bocca o applicare espressioni al viso del modello. Dopo aver classificato le caratteristiche fisionomiche di un volto si procede alla seconda fase: la comparazione dei caratteri risultanti dall'analisi delle immagini dei volti in esame, per evidenziare compatibilit e incompatibilit. Gli uomini del Ris lavorano su due foto. La prima  quella del cadavere coperto da un telo, con evidenti solo pochi particolari (punta scarpe, punto barella, addome), senza negativo - il che

non ha permesso una risoluzione maggiore -, di bassa qualit, in bianco e nero, con una scena molto luminosa e poco contrastata. La seconda  scattata dal fotografo da lontano, sempre con una pellicola di bassa qualit, in bianco e nero, anche questa con una scena molto luminosa e poco contrastata. Questa seconda immagine, acquisita con scanner professionale, mette in rilievo alcuni dettagli del corpo disteso, interessanti per la misurazione della circonferenza. La diversa posizione di scatto permette di avere punti di ripresa quasi ortogonali tra di loro. Aiuta il fatto che alcuni elementi del pontile sono ancora esistenti, nelle stesse forme, posizioni e dimensioni. Quindi si arriva a una acquisizione tridimensionale anche della scena. E dalle misurazioni risulta che la lunghezza proiettata a terra, tra punto testa e punto piede, risulta essere di centosessanta centimetri virgola cinque. Viene poi eseguita una sperimentazione sul molo di Sant'Arcangelo, posizionando a terra un basamento simile a una barella, prendendo poi i punti di interesse sul pontile corrispondenti (punto testa, punto barella, punto piede, punto presa immagine), mettendo una macchina fotografica alla stessa altezza di quella che scatt la foto, e chiedendo a tre figuranti di altezza (centosessanta virgola cinque, centosettantatre e centottantadue centimetri) e circonferenza addominale (quella del corpo recuperato era di novantanove centimetri) diversa, di stendersi nella stessa posizione del cadavere ripescato. Poi vengono sovrapposte le immagini e quella del soggetto alto centosessanta centimetri virgola cinque risulta perfettamente compatibile con l'immagine dell'uomo del lago. La ricostruzione del volto, invece, risulta impossibile. Le uniche parti valutabili (arcata sopraccigliare, palpebra dell'occhio si nistro, zona labiale, zona mentale, zona zigomatica, orecchio sinistro) sono insufficienti per permettere una ricostruzione fedele. Nella relazione del Ris viene spiegato anche l'annegamento, consistente nella penetrazione di acqua nei polmoni al posto del l'aria, che provoca asfissia. In acqua dolce viene assorbita rapidamente dai capillari polmonari e in pochi istanti penetra nel sistema circolatorio, fino al raddoppio del volume del sangue. Lo squilibrio plasmatico causa alterazioni miocardiche, e quindi la fibrillazione ventricolare dopo pochi minuti dall'immersione, con arresto rapido del cuore. Ha cinque fasi: la sorpresa, inspirazione appena caduto in acqua; la resistenza, le prime boccate di acqua provocano uno spasmo serrato della glottide che impedisce la penetrazione dell'acqua nei polmoni, fase di apnea durante la quale l'individuo si agita e cerca di riemergere, dura circa un minuto; la dispnea respiratoria, non  pi possibile trattenere il respiro, iniziano affannose respirazioni sottacqua che durano un minuto e provocano l'introduzione di grandi quantit di acqua nei polmoni e nello stomaco; l'apnoica, perdita di conoscenza, coma profondo con arresto del respiro; terminale, boccheggiamento e arresto cardiaco. Si annega in tre, cinque minuti in acqua dolce, in sei, sette minuti in mare. L'annegamento ha dei segni caratteristici. Fenomeni cadaverici: le ipostasi sono accentuate e diffuse per la fluidit della massa sanguigna, sono rosso chiare, disposte al viso, alle spalle e alle regioni anteriore del torace perch il cadavere degli annegati assume una posizione prona con la testa in basso e gli arti sem i flessi. La putrefazione  ritardata finch il cadavere  immerso, ma si accelera appena fuori dall'acqua. La permanenza in acqua determina la macerazione della cute, che gli fa assumere un aspetto rugoso, bianco e opaco. Segni esterni: il pi importante  il fungo schiumoso alla bocca e alle narici. Si forma a livello bronchiale per commistione del muco con l'aria residua e il liquido annegante, viene espulsa per aumento della pressione intratoracica dovuta all'aumento della temperatura corporea dopo l'estrazione del cadavere dall'acqua, e allo sviluppo dei gas putrefattivi. Altri segni sono la cianosi, la cute anserina - la pelle accapponata - per contrazione dei muscoli erettori dei peli e la presenza di sabbia sotto le unghie e nella bocca. Segni interni: presente enfisema acuto nei polmoni. La sommersione del cadavere mostra i reperti dovuti alla per manenza nell'acqua, quali il deposito di sabbia e di alghe sugli abiti e sul corpo, la lacerazione degli abiti provocati dal trascinamento della corrente, le morsicature degli animali acquatici, la macerazione e la saponificazione. La maggior parte degli annegamenti  accidentale. L'omicidio  raro e riesce solo se la vittima  colta di sorpresa o  debole. In tal caso  possibile osservare sul cadavere fatti lesivi che testimoniano una colluttazione o una aggressione, si tratta perlopi di escoriazioni o lesioni contusive. Le conclusioni del Ris sono depositate nel maggio 2007: il cadavere ripescato al lago il 13 ottobre 1985 era alto centosessanta centimetri virgola cinque e aveva una circonferenza all'incirca di novantanove. Non si pu ricostruire il volto del cadavere per scarsi elementi di valutazione.

La famiglia Narducci rimane ferma sulle sue posizioni, continuando a sostenere che quello ripescato nel 1985 e deposto sul molo di Sant'Arcangelo era proprio Francesco. Qualsiasi collegamento con i fatti di Firenze, poi, un'autentica calunnia. SI PREPARI A COMBATTERE Non appena i giornali locali danno la notizia che la Procura di Perugia ha cominciato a indagare sul medico scomparso diciassette anni prima, un nuovo personaggio entra nella vicenda:  l'avvocato Alfredo Brizoli, amico di Francesco Narducci, con cui condivide le compagnie e col quale era solito andare al mare al l'Elba, nel residence Napoleon di Procchio. Brizioli, che da anni non esercita pi l'attivit forense, si riiscrive all'Ordine degli avvocati in concomitanza con questi eventi, muovendosi secondo modalit definite anomale in radice dagli ambienti della Procura. Sia lui sia la famiglia del defunto assumono infatti fin dall'inizio un atteggiamento da indagati, pi che da persone offese, come ci si potrebbe aspettare in un proce dimento il cui scopo principale  di far luce sulle reali cause che hanno determinato la scomparsa e la morte del congiunto. L'avvocato Brizioli mostra uno straordinario coinvolgimento emotivo nella vicenda, tanto che  lui e non il fratello della vittima, Pierluca, a seguire il carro funebre, scortato dalla polizia, fino a Pavia ed  sempre lui che segue con ansia le fasi dell'apertura della bara o quelle dell'analisi dell'osso ioide, lasciandosi andare a gesti di esultanza quando, nel corso dell'esame, sembra che non emerga niente di anomalo. Quando, invece, terminata l'operazione di scarnifcazione della cartilagine tiroidea il professor Pierucci rileva la frattura, Brizioli  sconcertato e nei giorni successivi si d un gran da fare per attribuire la lesione a un'azione maldestra dello stesso perito. Questo osso ioide sembra essere un vero e proprio incubo per l'avvocato. Prima dell'autopsia fa inviare dal consulente tecnico dei Narducci, il professor Giuseppe Fortuni, un fax a Pavia con cui si preoccupa di sottolineare l'inutilit della dissezione del complesso laringe-trache-osso ioide, avanzando anche l'ipotesi che eventuali lesioni potrebbero derivare da manipolazioni. Successivamente spedisce personalmente un telegramma in cui sottolinea la necessit della presenza sua e dei consulenti per esami effettuati su parti cos fragili come la parte anteriore del collo

che racchiude il delicatissimo osso ioide che, afferma,  stato inevitabilmente indebolito dal lungo processo cadaverico e sottoposto allo stress traumatico conseguente alla necessit di isolarlo ed estrarlo completamente dalla salma. Osso ioide che, sempre secondo Brizioli, nel corso dei lunghi trasferimenti cui  sottoposta la salma pu essere oggetto di scuotimenti e urti al suo interno, oltre che di eccessive quanto necessarie e pi volte ripetute manovre manuali effettuate da pi persone. Perch  cos convinto che non sia importante l'esame ma  nel contempo cos preoccupato dell'esito? A Brizioli e a Fortuni interessa solo l'osso ioide, prima della riapertura della bara, non altre parti delicate della scatola cranica o parti cartilaginose, quando a nessuno degli inquirenti  ancora venuto in mente che avrebbe potuto essere leso. Secondo gli inquirenti l'avvocato cerca anche di intervenire presso la Procura generale per far avocare l'indagine e sollecita interventi di politici e stampa per mettere in cattiva luce il sostituto procuratore titolare. Qualche settimana prima della riesumazione e dell'autopsia esce infatti un articolo sul periodico Avvenimenti con pesanti insinuazioni sul Pm Giuliano Mignini e sul professor Pierucci reo, fra l'altro, di tenere un poderoso busto del Duce dietro le spalle. In precedenza la deputata dei Comunisti italiani, Katia Belillo, folignate ma residente a Perugia, aveva presentato due in terrogazioni al Ministro della Giustizia. La prima per segnalare che Mignini ha scritto la prefazione di un volume pubblicato dal sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano, anche lui magistrato, ma eletto nelle liste di Alleanza nazionale. La seconda per chiedere l'opportunit del prolungarsi di una inchiesta ritenuta troppo costosa per i contribuenti. Brizioli tenta anche di lusingare e subito dopo di intimidire l'altro perito della Procura, la dottoressa Carlesi, colpevole di avere accertato l'incompatibilit tra il corpo del lago e quello esaminato a Pavia. Ecco cosa racconta la stessa Carlesi: Circa un mese dopo che ho consegnato la mia relazione, esattamente il 21 dicembre 2002, ricevetti una telefonata dell'avvocato Alfredo Brizioli sul mio cellulare. I numeri ce li eravamo scambiati in sede di perizia, pratica peraltro inconsueta ma cedetti dopo qualche sua insistenza. Ero in casa con i miei figli. Lui esord cos: " Se mi riconosce le faccio gli auguri di Natale". "Certo

che la riconosco avvocato" gli risposi, per aver riconosciuto la voce e anche perch era comparso sul display il numero di Perugia. Era una telefonata piacevolmente natalizia, con gli auguri eccetera, fino a quando mi disse: "Guardi, dovrei incaricarla, se ha piacere, di una relazione per la famiglia Narducci sull'elaborazione digitale di alcune foto...". La dottoressa declina, ricordandogli il suo impegno per la Procura. Lui allora fa cenno al trattamento economico: Ma il consulente di parte  meglio pagato. Di fronte a un nuovo rifiuto, sbotta: Ma non sar mica lei quella Gabriella Carlesi che ha fatto quella strombazzata consulenza tecnica per la Procura?. La telefonata prende un altro tono: Brizioli inizi a entrare nello specifico della mia consulenza, chiedendomi i dettagli delle conclusioni che avevo fornito. All'invito della dottoressa di rivolgersi alla Procura, dal momento che non pu esserci alcun rapporto con i legali di parte, Brizioli, con tono stizzito, replica: Io voglio sapere le conclusioni perch se lei... se queste conclusioni vanno contro un interesse di Francesco lei si deve preparare a combattere. E la Carlesi, attonita: Come combattere?. S, s, si prepari a combattere. L'ordine degli avvocati di Perugia, informato di quanto  avvenuto, ha porto le scuse alla dottoressa. 

UNA MORTE... ANTICIPATA 

L'autopsia ha stabilito che il vero Francesco Narducci non  morto per cause naturali. In seguito alle indagini sembrerebbe crollare anche un'altra certezza: Narducci non sarebbe stato trovato il 13 ottobre 1985. Emergono infatti una serie di testimonianze, di ricordi, magari in parte anche affievoliti dal tempo ma non tanto da vanificarne il contenuto, che sono concordi su una cosa: il giorno dell'effettivo ritrovamento del corpo non fu domenica 13 ottobre, ma il 9, vale a dire poche ore dopo la scomparsa del dottore. La testimonianza pi importante  quella dell'ispettore di polizia Leonardo Mazzi. Il giorno del ritrovamento del cadavere del Narducci lui era in servizio in Questura, in quel periodo lavorava

all'antidroga, dove rimase fin verso le ore venti. Dal registro dei servizi risulta che, in quella settimana di ottobre, l'unico giorno in cui Mazzi era impegnato in quel turno corrispondeva a mercoled 9. Racconta Mazzi: Il pomeriggio in cui arriv la notizia del ritrovamento del corpo di Narducci, c'erano il dirigente Speroni e il comandante della squadra mobile Napoleoni. Questi and sul posto, forse con un collega sardo, di quelli presenti che erano Giampiero Sardara, Angelo Cambula e Giuliano Pascai. Alle venti, quando io finii il turno e rincasai, loro non erano ancora rientrati. Ricordo invece che partirono per il lago che stava gi imbrunendo. Giorni dopo in Questura si diceva che Narducci era quasi ubriaco e che era stato ritrovato con le mani legate dietro alla schiena, incaprettato. Una testimonianza che collima con le dichiarazioni di Gian carlo Ferri, un pescatore che ha visto Narducci portato a riva in un momento e in un luogo diversi da quelli in cui fu rinvenuto il cadavere il 13 ottobre. Al punto che quando gli viene mostrata la foto che ritrae il cadavere disteso sul pontile, non riconosce nulla: Il cadavere che vedo mi sembra piuttosto gonfio, mentre quello che ho visto io era snello e asciutto. Inoltre l'uomo che vedo nella foto sembra indossare una camicia mentre quello che ho visto io aveva una maglietta marroncina. Infine l'uomo che io vidi non aveva pantaloni n una cintura chiara come quella che io vedo raffigurata. Insomma, il pescatore Giancarlo Ferri avrebbe visto un cadavere diverso. Nell'immagine che gli viene mostrata si vede anche un gruppo di persone, tra cui alcuni carabinieri in divisa estiva, un ufficiale e un brigadiere. Ancora Ferri: Escludo al cento per cento che il cadavere da me visto sia quello della foto. Questo ha il volto nero in modo impressionante, quello che io vidi era normalissimo e bianco, pallido. Non riconosce nemmeno l'imbarcazione che porta il corpo fino al pontile: Assolutamente no, il cadavere che io vidi era su una barca da pescatore, a motore. Messo davanti a delle foto segnaletiche, riconosce Narducci: Chi lo riport a terra erano pescatori, forse nemmeno di San Feliciano. Saranno state le quindici e trenta, le condizioni di luce ottime, il tempo bello, senza vento, il lago calmo. A quanto ricordo la televisione fece vedere le immagini qualche giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Sant'Arcangelo e quando le vidi dissi a mia moglie: "Ma questo non pu essere, perch io l'ho visto qualche giorno fa a San Feliciano e non a Sant'Arcangelo". Anche altri due pescatori del luogo confermano il ritrovamento in un giorno lavorativo, mercoled o gioved. Sono Celestino Scarchini e Mario Santocchia, il quale fornisce una versione analoga a quella di Ferri. Interessante pure la versione di Secondo Sisani, incriminato per reticenza e poi presentatosi spontaneamente dai magistrati. Racconta delle frequentazioni fiorentine del medico e conferma di aver sentito dire che il ritrovamento del corpo avvenne alcuni giorni prima del 13 ottobre, verso l'isola Polvese, direzione Panicarola-Castiglione, a sud del Muciarone, incaprettato. Il corpo sarebbe stato portato nella darsena di Trovati, poi nella villa dei Narducci dove era stato lasciato. Fa i nomi di alcuni pescatori che sapevano tutto - Giuliano Zoppitelli, Rino Momi, Rino Cocchini, Nando Belardoni, Enzo Ticchioni, Luigi Dolciami, Vincenzo Bigi, Mario Santocchia, Leonardo Raspati e il professor Fabio Bersiani di Perugia - dicevano che era una tresca e che era stata fatta da fiorentini. C' anche la testimonianza di Francesca Raspati, la giovane presente tra la folla al molo di Sant'Arcangelo, che, l'indomani della scomparsa - quindi il 9 ottobre - mentre era nel negozio di Gonda Cocchini, sente dire del ritrovamento del cadavere in localit Muciarone, un punto del lago diverso da quello del ritrovamento ufficiale. Dalla testimonianza del dottor Antonio Morelli si scopre che la famiglia  perfettamente a conoscenza della vera data di morte del congiunto. Quando va a rendere omaggio alla salma di Francesco, esposto il 14 ottobre al cordoglio di familiari e amici pi intimi, nota che sulla bara c' una targhetta con impressa una data diversa da quella del rinvenimento del cadavere, il 9 e non il 13 ottobre. A questo punto si chiarisce meglio anche il significato di quanto detto dalla madre di Francesca Spagnoli, la signora Bona Franchini, che ricorda come gi il 9 ottobre fosse stata avvicinata dal consuocero, Ugo Narducci, che le disse di essersi gi messo d'accordo con il questore per non far fare l'autopsia a Francesco.  tra scorso appena un giorno dalla scomparsa, le ricerche sono ancora in corso eppure il padre lo considera gi morto, forse a ragione. Ma c' anche la testimonianza di Franco Ticchioni, che seppe la

notizia del ritrovamento mentre era in un ristorante di Rodi Garganico, con una gita organizzata dalla parrocchia. Era la sera del 12 ottobre, quella precedente al ritrovamento di Sant'Arcangelo. Agli atti c' pure la deposizione della dottoressa Giuliana Anita Spanu, che raccont di una commessa, madre di un'alunna di Elisabetta Narducci, insegnante di educazione fisica, che una mattina, evidentemente non era domenica 13 ottobre 1985, fu avvisata di andare a riprendere la figliola, perch la professoressa era dovuta scappare in quanto hanno ritrovato il corpo del fratello che forse  il mostro di Firenze. Ma la conferma definitiva sembrerebbe venire dal doppio certificato di morte. Il primo, numero 786, riporta vistose cancellature e all'annotazione 3-II-B: Magione, 8,10.1985 acque Trasi meno (frazione Sant'Arcangelo), annegato Lago Trasimeno, so prascritta su: 9-10-1985, spiaggia di San Feliciano. Il secondo, numero 788, reca il timbro di un ufficiale giudiziario e la dicitura copia, con i numeri di frequenza 20 0 /1 e 17, con su scritto: Magione, 8,10.1985, acque Trasimeno a firma della dottoressa Mencuccini. Secondo il consulente grafologo, professor Francesco Donato, almeno tre mani hanno compilato il documento: la prima quella dell'anatomo-patologo che ha redatto la parte relativa alle cause della morte, la seconda che ha vergato parzialmente i dati di nascita e di residenza - inizialmente indicata nel luogo di abitazione dei genitori - , e infine la terza che, adoperando una penna diversa del tipo rollerball, non si  limitata a cancellare il vecchio indirizzo e a riscriverlo ma ha provveduto a cancellare con il bianchetto le indicazioni vergate con la precedente penna. Una perizia tecnica ha consentito di ricostruire che dove la prima mano ha scritto come data del decesso il 9 ottobre, la terza ha corretto in 8 ottobre; laddove la prima mano ha indicato come luogo della morte la spiaggia di San Feliciano un'altra mano ha scritto acque del Trasimeno, frazione di Sant'Arcangelo. A questo punto la tesi del doppio cadavere appare pi che plausibile, suffragata da numerose e articolate testimonianze, confermata anche dai risultati dell'autopsia. Ma se ci  vero, restano in sospeso almeno queste domande: quando  stato ucciso il vero Narducci? Quando  stato recuperato? Come  stato gestito dalla famiglia nei giorni precedenti l'alle stimento della camera ardente, quando  stata data prova di di sporre della vera salma di Francesco? E che fine ha fatto il corpo dell'uomo di Sant'Arcangelo?

FIRENZE INDAGA. 

Quella voce agghiacciante, quasi un sussurro, dall'altra parte del filo aveva sibilato: [...] Finirai ammazzata... la tua vagina sar spaccata cos come fecero i traditori Pacciani e il grande professore Narducci, finito nel lago strangolato [...]. Il caso del dottore scomparso  collegato, fin dalle prime battute delle indagini seguite alla riapertura del fascicolo, ai delitti del mostro e infatti le prime deposizioni avvengono a Firenze, davanti ai Pm Giuliano Mignini e Paolo Canessa. Anche il su perpoliziotto Michele Giuttari comincia a farsi vedere sempre pi spesso nel capoluogo Umbro. E infatti dal capoluogo toscano cominciano ad arrivare vari atti a carico del Narducci. Il primo riferimento risale proprio all'epoca dell'ultimo delitto del mostro e della morte del medico. In un fascicolo d'archivio, Carteggio vario - anno '85, della Questura di Firenze, risulta che tra le vetture transitate nella provincia del capoluogo toscano nei giorni 8 e 9 settembre - giorno del duplice delitto degli Scopeti - c'era registrata anche l'auto di Narducci. Il secondo  un appunto, con la data del 30 aprile 1986 , ed  una cronistoria delle vicende del mostro. Il terzo, datato 3 febbraio 1987,  a firma del maresciallo Salvatore Oggianu, nel quale si riferisce della telefonata dell'ispettore Sirico della squadra mobile, che chiede notizie ai Carabinieri circa il suicidio avvenuto pochi giorni orsono nel lago Trasimeno (ma sono trascor si sei mesi...). I Carabinieri di Firenze rispondono di non sapere nulla e si rivolgono al nucleo operativo di Perugia.  il brigadiere Fringuello a riferire che, alcuni giorni prima, era stato avvicinato da un familiare del medico che gli aveva con fidato: Narducci aveva uno studio a Firenze e negli ultimi tempi si comportava in modo strano. Particolari che Fringuello decide di non approfondire, anche per la paura di essere intercettato, ma che scrive nell'annotazione di servizio depositata in Procura. Vi si racconta che, poco dopo la morte di Narducci, si presentarono al reparto operativo di Perugia due marescialli provenienti da Firenze - uno  forse Oggianu e l'altro  originario dell'Umbria settentrionale - che stavano accertando alcuni fatti in merito al ritrovamento di bossoli o munizioni calibro 22 presso una clinica fiorentina, dove aveva operato il Narducci. Nell'appunto vi sono alcune annotazioni, scritte a mano: Morani, Marciana Marina LI, Domenica, Cucinella, Nigiano Magione.

C' un quarto appunto del nucleo di polizia giudiziaria di Firenze, Borgo Ognissanti 48, con data 5 febbraio 1987, in cui si riferisce di sapere gi dalla fine del 1985 del ritrovamento di Narducci nelle acque del Trasimeno. Si racconta della sua scomparsa e del ritrovamento del corpo da parte di due pescatori nei pressi della riva del lago, in comune di Magione. Si parla anche delle voci che volevano un suicidio per essere il mostro di Firenze, voce che circolava anche prima della sua morte. Viene tracciato anche un quadro del personaggio e si parla del rinvenimento del cadavere con i pesi. L'appunto, che nasce nel nucleo di polizia giudiziaria di Perugia ed  stilato da un certo Magiionico, viene consegnato dal comandante del nucleo al comandante della Le gione Carabinieri di Perugia, che a sua volta lo consegna al procuratore generale di Firenze, al comandante della Brigata e al comandante della Legione di Firenze. Il 13 febbraio 1987 l'ufficio Ordinamento Addestramento Informazioni Operazioni (OAIO) di Firenze chiede ai Carabinieri di Magione copia del rapporto sulla morte di Narducci, precisando che ci ha attinenza col noto appunto, forse il secondo o forse questo di Magiionico, che riferisce anche dell'individuazione di un appartamento in uso a Narducci a Fiesole. Un mese pi tardi, il 13 marzo 1987, l'OAIO di Firenze (colonnello Francesco Valentini) trasmette alla Procura fiorentina l'appunto del tenente colonnello Antonio Colletta, comandante del nucleo di polizia giudiziaria di Perugia. C' poi una richiesta, con data 23 marzo 1987, di accertare i periodi di permanenza all'estero di Narducci controllando il passaporto, d'intesa con il questore perugino; richiesta spedita dai Pm Pierluigi Vigna e Fabio Canessa. Il 29 maggio 1987 Vigna e Canessa scrivono ai Carabinieri di Firenze chiedendo di redigere un elenco aggiornato di tutte le persone, indicate per ordine alfabetico, oggetto di segnalazioni con riferimento ai duplici omicidi accertati il 29 luglio 1984 a Vicchio e il 9 settembre 1985 a San Casciano, invitando a predisporre attivit coordinata che verifichi la posizione dei vari soggetti o di quelli che appaiono pi rilevanti, per l'ipotesi che abbia a ripetersi un episodio come quelli verificatisi in passato. Il 14 maggio 1987 rispondono i Carabinieri di Firenze, riservata a mano. L'elenco  intitolato Elenco di tutte le persone se gnalate, da anonimi e non, dopo il duplice delitto StefanacciRontini, trattate da questo ufficio, escluse quelle segnalate con elenco compilato in data 17 giugno 1987. Sono 254 nomi. Al numero 181  indicato: Narducci Francesco, nato a Perugia il 4 ottobre 1949, gi ivi residente, deceduto per annegamento sul lago Trasimeno nel 1985. Narducci, quindi,  segnalato come persona sospetta gi da dopo il delitto di Vicchio del 1984. Ma  anche l'unico dell'elenco deceduto dopo il delitto del 1985, a eccezione di un certo Tamponi. Dopo la morte del medico perugino comunque il mostro non ha pi colpito. Il 4 luglio 1987 il comandante del nucleo di polizia giudiziaria di Firenze, colonnello Rotellini, risponde che dalle ricerche condotte dall'ufficio passaporti della Questura di Perugia non sono stati trovati documenti validi per l'espatrio che potessero far rilevare la permanenza all'estero del medico, eccetto un rinnovo della validit del passaporto in data 17 luglio 1984. Presso l'universit di Perugia era stato per trovato un decreto (del 14 agosto 1981) con il quale Narducci veniva autorizzato a un congedo straordinario per motivi di studio - dal 16 settembre al 31 dicembre 1981 - dovendo frequentare un corso di specializzazione a Philadelphia, presso il Gastrointestinal Section Department of Medicine Hospital of University of Pennsylvania, dal professor William Snape jr. Nell'informativa si dice che Narducci ha soggiornato negli Usa dal 16 settembre al 13 dicembre 1981 e che ha frequentato tutte le lezioni, che si tenevano il luned e il mercoled. Si dice anche che non era possessore di armi, che il cadavere non  stato rinvenuto nel Trasimeno con cinture per subacquei, che nessuno dei suoi mezzi  stato notato nel corso dei servizi antimostro, che non ha svolto il servizio militare pur avendo fatto domanda di partecipare al corso allievi ufficiali di complemento, perch venne riformato. In sostanza si escludeva che potesse essere il mostro. Negli Stati Uniti le indagini dell'interpol erano state condotte dal detective Frank Diegei, della divisione omicidi. Dai moduli risultava che Narducci aveva frequentato i corsi dal 16 settembre 1981 al 3 o dicembre 19 81 come uditore, senza il titolo di studente o di dipendente stipendiato. Era ricercatore, alle dipendenze del professor Snape, al laboratorio di gastroenterologia dell'universit. Era arrivato il 16 settembre e aveva preso alloggio alla International House, 3701 Chestnut Street, Philadelphia, che ospitava uditori stranieri, soggiornando in stanza doppia fino al 13 dicembre pagando un prezzo simbolico. Presso quella struttura non esisteva un registro che annotasse arrivi e partenze, n telefonate in entrata o uscita.

Dal rapporto si sa che venne interrogata una collega uditrice, Ann Ouyang, che conferm la presenza di Narducci a tutte le lezioni. Per il colonnello Rotellini, insomma, Narducci non poteva essere il mostro perch in coincidenza con uno dei sette omicidi, quello del gioved 22 ottobre 1981, in cui furono uccisi Stefano Baldi e Susanna Cambi, era negli Usa dove ogni luned e mercoled partecipava alle lezioni, ma senza alcuna prova che fosse presente il mercoled precedente al delitto in assenza di registri alla residenza. Il 27 luglio 2004 il Gruppo investigativo per i delitti seriali in forma i magistrati perugini del ritrovamento in un vecchio faldone della Squadra anti-mostro: Carteggio vario [a matita anno 1985 - 850 90 809 PSB sottolineato - auto transitate g 89/9785 provincia di Firenze [a pennarello rosso. In superfcie c' un foglio, tipo modulo del ministero dell'interno per messaggio, ingiallito dal tempo; sul retro, vergato a mano, dottor Narducci Francesco - medico - Perugia via Savonarola 31 - ed era proprietario di un appartamento a Firenze ove avrebbero trovato dei bisturi e feticci - si sarebbe suicidato buttandosi nel Tra simeno. Non c' sigla n data di compilazione. Il documento deve essere stato stilato all'epoca perch, se successivo, avrebbe dovuto trovarsi nel fascicolo personale del Narducci, formato il 21 marzo 1987, come risulta dal cartellino d'archivio, dove oltre ai dati anagrafici c' scritto: deceduto misteriosamente presso il lago Trasimeno - accertamenti svolti dai CC di Firenze perch sospettato quale mostro - il decesso risale all'ottobre 1985?. Un'altra incongruenza riguarda il possesso di armi. La vedova di Francesco Narducci ha riferito del desiderio espresso dal marito di acquistare una pistola e di averne vista una di colore nero, se miautomatica, nel vano portaoggetti della Citroen CX del marito, mai denunciata. Disse che era stata acquistata nel periodo in cui sono stati sposati, cio tra il 20 giugno 1981 e la morte, avvenuta nel 1985. 

IL MURO. 

SI SGRETOLA Fin dal momento del ritrovamento del presunto corpo di Francesco Narducci, viene eretto un muro attorno a tutto ci che riguarda il giovane medico. Anche la moglie e la famiglia di lei sono circondate da una pesante ostilit. Da subito attorno a

Francesca viene steso un invisibile cordone per allontanarla, isolarla; quasi che fosse lei la responsabile di tutto. Francesca viene avvisata del presunto ritrovamento del marito solo dalla cognata della zia. Nel trigesimo della morte, secondo il ricordo dello zio Massimo Spagnoli, Pierluca non solo le impedisce di sedersi al banco della famiglia ma addirittura la caccia dalla chiesa: Tu non sei pi una Narducci, le sibila. Radicalmente diverso  anche l'atteggiamento che avr la moglie, attraverso il suo legale Francesco Crisi, rispetto a quello assunto dalla famiglia Narducci, rappresentata dall'avvocato Alfredo Brizioli, per tutto lo svolgimento delle indagini seguite alla riapertura del caso. La prima si costituisce come parte offesa, cercando nelle indagini una ragione per la morte comunque inattesa e prematura del marito. I secondi si comportano quasi fossero loro gli indagati, come notano in Procura. In particolare  proprio l'avvocato Brizioli a vantare di aver eretto muri e ostacoli insormontabili alle indagini giudiziarie; tutto per difendere la tesi della morte per annegamento o in subordine per suicidio, quasi le vicende del medico fossero qualcosa su cui non fosse lecito indagare. Infatti sono presentate numerose richieste di archiviazione e anche due istanze di avocazione delle indagini alla Procura generale (la prima respinta, la seconda dichiarata inammissibile e in fondata nel merito). Dopo le prime testimonianze raccolte dal Pm e soprattutto la perizia effettuata a Pavia, l'ipotesi del suicidio diventa per insostenibile. Del resto l'invito rivolto da Francesco Narducci alla segretaria di spostare all'indomani la sessione d'esami e la richiesta fatta ad alcuni colleghi di accompagnarlo al lago non rivelano certo propositi suicidi, come pure l'invito rivolto alla moglie appena prima di uscire di casa di preparargli in anticipo la cena. Arrivato alla villa di San Feliciano, Narducci non trova nessuno e per circa due ore sarebbe stato completamente da solo: per ch allora andare alla darsena, prendere la barca a due ore dal tra monto e dirigersi verso Polvese, dopo aver detto a Peppino Trova ti che sarebbe andato e tornato? E come spiegare la rottura della cartilagine tiroidea stando nella sua barca o sulle sponde dell'isolotto? Visto che non si era ucciso nella casa di San Feliciano, luogo adattissimo nonch solitario, come avrebbe potuto ammazzarsi nell'isola?

Riguardo la meperidina, di cui secondo l'avvocato e i familiari faceva normalmente uso, quando Narducci si presenta dal Trova ti per prendere la barca non appare alterato, tanto che risponde normalmente e lucidamente alle domande e si allontana sull'imbarcazione manovrando senza difficolt; perci quando era in villa non ha assunto il farmaco, quantomeno non lo ha fatto in una dose cos massiccia come rivela l'autopsia. Falliscono pure i numerosi tentativi di far arenare l'inchiesta e nonostante le intimidazioni e le minacce, pi o meno velate, numerosi testimoni cominciano a parlare. Quello che fino al giorno prima si sussurrava soltanto, si trova il coraggio di riferirlo al ma gistrato inquirente e le voci sembrano avere riscontro, una dopo l'altra. Emergono anche pesanti sospetti a carico di Alfredo Brizioli. Secondo la testimonianza di Angela Caligiani, commessa del ne gozio di articoli sportivi Skipper (poi denunciata per calunnia dallo stesso Brizioli), nel primo pomeriggio del giorno seguente la scomparsa di Narducci, Brizioli si procur una muta e delle pinne da sub che restitu la mattina del luned successivo al rinvenimento del cadavere di Sant'Arcangelo parecchio usurata e senza pinne, disponendo che fosse venduta sottocosto. Il magazziniere del negozio fece delle domande sul tragico rinvenimento dell'amico dottore, ma l'avvocato tronc la domanda, lasciandosi per sfuggire qualcosa sull'esistenza di una lettera. Poi negher con veemenza. A che serviva quella muta? E come ha fatto il corpo che si doveva far passare per Francesco Narducci ad affiorare provvidenzialmente proprio l dove aveva previsto il veggente? Nel gennaio 2005 Brizioli sar iscritto sul registro degli indagati per favoreggiamento. A vario titolo, con lui sono sottoposte a indagini persone come il padre Antonio; Ugo Narducci, Pierluca e Maria Elisabetta Narducci, Elisabetta Valeri, il questore a riposo Francesco Trio, il colonnello dei Carabinieri Francesco Di Carlo, Giuseppe Trovati, la dottoressa Donatella Seppoloni, Marco Calcagni, Roberto Sgalla, Mario Viola, Gennaro De Stefano, l'ispettore Luigi Napoleoni, l'avvocato Fabio Dean. Vengono anche via via ritirate le querele per diffamazione a carico dei giornalisti che hanno scritto sul medico e sul suo coinvolgimento nei fatti del mostro di Firenze.

mostro, i mostri.

1968-1985 , LA SCIA DI SANGUE Lastra a Signa, 21 agosto 1968 notte di novilunio, mezzanotte circa. Barbara Locci, 32 anni, e Antonio Lo Bianco, 29 anni, sono appartati nell'auto di lui, un'Alfa Romeo Giulia TI bianca, sul se dile posteriore dorme il figlioletto della donna, Natalino Mele di appena sei anni. All'improvviso alcuni colpi di pistola, esplosi dal finestrino anteriore sinistro, centrano Lo Bianco, che giace supino sul sedile destro ribaltato con i pantaloni slacciati. Un proiettile gli lacera il polmone sinistro, uno penetra lo stomaco e un altro la milza. Poi tocca alla donna, seduta al posto di guida semisvestita e la gonna alzata. L'assassino rovista nell'auto ma non prende nulla. Il figlioletto in un primo momento dice di non essersi accorto di nulla, raccontando di aver raggiunto, dopo essersi svegliato, una vicina casa colonica per chiedere aiuto. In una seconda versione dir che  stato un adulto a portarlo alla casa. L'arma del delitto, come rivelano i bossoli recuperati,  una pistola Beretta calibro 22 Long Rifle che per non verr mai recuperata. Passano sei anni, altra notte di novilunio, quella tra il 14 e il 15 settembre 1974, ancora mezzanotte circa. A Borgo San Lorenzo, in localit Sagginale, altri due giovani sono assassinati mentre sono appartati in auto. Le vittime, Pasquale Gentilcore, un barista di 19 anni, e Stefania Pettini, segretaria d'azienda di 18, sono nella Fiat 127 di lui quando qualcuno spara attraverso il finestrino di guida usando una pistola calibro 22. Pasquale muore quasi sul colpo, raggiunto al cuore, mentre la ragazza  trascinata fuori dall'auto e seviziata con pugnalate concentriche al pube e ai seni, poi le infilano un tralcio di vite nella vagina. Anche questa volta le vittime sono arrivate da poco e pur essendosi spogliate non hanno ancora avuto il rapporto sessuale.  con il duplice delitto del 1981 che comincia a farsi strada l'idea di un mostro, un serial killer, il cui accanimento contro le vittime femminili denota una personalit disturbata. A convincere gli inquirenti non sono soltanto le modalit dell'agguato, pi o meno sempre le stesse, ma il ricordo di un maresciallo dell'Arma che fa presente come nei precedenti delitti, a cominciare da quel lo del 1968 a Signa, a sparare  sempre una Beretta calibro 22 Long Rifle, con proiettili marca Winchester; lo stesso tipo di quelle usate nei tirassegni. Questa volta le vittime sono Giovanni Foggi, 30 anni, e Carmela Di Nuccio, 21 anni, appartati su una Fiat Ritmo color rame in un boschetto di ulivi a Mosciano di Scandicci.  la notte di novilunio tra il 6 e il 7 giugno, sono circa le ventitr e quarantacinque quando tre colpi mandano in frantumi il finestrino della portiera dal lato di guida. L'uomo  colpito alla testa, al polmone e al l'aorta. L'assassino infila il braccio nell'abitacolo e fa ancora fuoco sulla ragazza, raggiunta da cinque colpi; quindi la trascina fuori per una quindicina di metri e dopo aver ricomposto il corpo di lui sul sedile si sofferma su Carmela. Rispetto all'omicidio di sette anni prima c' per una macabra novit: l'assassino, o gli assassini, tagliano i pantaloni e le asportano il pube. La borsetta sar trovata aperta con il contenuto sparpagliato sul prato. Polizia e Carabinieri cominciano a setacciare il mondo dei guardoni, ai quali non pu essere certo sfuggito il dramma che si consumava in quegli anni nelle campagne fiorentine. Uno di questi, un autista di ambulanze di Montelupo, Enzo Spalletti, finisce in carcere, incastrato dalla testimonianza di un uomo che dice di aver visto la sua Ford rossa non lontano da via Arrigo, dove sono stati massacrati Foggi e Di Nuccio. Cade anche in una grave contraddizione: dice di aver saputo del delitto del mostro, compiuto nella notte di sabato, dai giornali della domenica ma la notizia fu pubblicata solo il luned. Spalletti verr definitivamente prosciolto solo nell'aprile 1989. La stessa identica scena si ripete qualche mese dopo a Calenzano, nella notte tra il 23 e il 24 ottobre 1981, alle ventitr e trenta circa.  un gioved - mentre gli altri due delitti si erano svolti tra il sabato e la domenica - ma  da considerarsi un giorno prefestivo, visto che l'indomani  in programma uno sciopero generale. Stefano Baldi, 26 anni, e Susanna Cambi, 24 anni, si stanno spogliando nella Volkswagen nera del ragazzo quando attraverso il finestrino di guida arrivano gli spari. Stefano  trovato gi dalla macchina; forse spostato per far uscire pi agevolmente il corpo della ragazza, che giace in un fosso a pochi metri. Su entrambi vi sono profonde ferite da taglio. Le mutandine e la gonna di lei sono tagliate verticalmente, la maglietta e il reggiseno sollevati ma l'assassino ha premura di coprirla con un maglione. Anche in questo caso con tre tagli netti le  stato asportato il pube. In Toscana si diffonde la paura e i giornali cominciano a parlare di un mostro, abile nell'uso del coltello, forse un bisturi, che con lucida pazzia si aggira per le campagne fiorentine. Gli psichiatri fanno anche un primo identikit psicologico dell'assassino: una persona di buona cultura, dall'apparenza rispettabile; un maniaco la cui spinta omicida esplode improvvisamente, irrefrenabile, guidata da un istinto animale, lucido e attento. I medici che hanno eseguito le autopsie sulle ragazze sono anche concordi nel dire che c' un'estrema perizia nell'uso del coltello, probabilmente un bisturi. Otto mesi circa di tregua, poi ancora un duplice omicidio.  la notte tra il 19 e 20 giugno 1982, un sabato di novilunio, sono circa le ventitr e trenta quando in una radura nel comune di Montespertoli, in localit Baccaiano, risuonano ancora dei colpi calibro 22. Stavolta l'agguato rischia di fallire perch Paolo Mainardi, ventiduenne di Empoli, si accorge di qualcosa e innestata la retromarcia cerca di fuggire. L'assassino corre a fianco dell'auto sparando contro i fari e gli occupanti. Purtroppo la corsa dura poco, appena una quindicina di metri, perch le due ruote posteriori finiscono in un fosso e a quel punto per il guidatore e la sua fidanzata, Antonella Migliorini, 20 anni, non c' pi niente da fare. Saranno ritrovati da l a poco: la ragazza seduta sul sedile posteriore, completamente vestita, gambe allungate in avanti e tre fori di proiettili, due dei quali alla testa; il fidanzato ancora al posto di guida, colpito da quattro proiettili: tre alla testa e uno alla spalla sinistra. Dagli accertamenti effettuati sembra che i due ragazzi avessero gi fatto l'amore, perch viene ritrovato un profilattico usato e un fazzoletto sporco di sperma, si stavano rivestendo quando si sono accorti della presenza del mostro, che dimostra un notevole sangue freddo. Non solo non perde la calma, ma opera con precisione: spara prima sui fari, cos da assicurarsi la mira per uccidere e una volta immobilizzata l'auto strappa le chiavi dal cruscotto e le getta lontano. Tuttavia non si accorge che Paolo Mainardi  ancora vivo. Morir sei ore dopo senza riprendere conoscenza, ma il magistrato fiorentino Silvia Della Monica riunisce tutti i cronisti e chiede loro di scrivere una bugia: il ragazzo prima di morire ha fatto un identikit del killer. Il giorno seguente i giornali escono con il titolo: Forse l'assassino dei due fidanzati ha un volto. Il quinto omicidio avviene a mezzanotte del 9 settembre 1983, un venerd di novilunio, e per parecchio tempo gli inquirenti penseranno a un errore del maniaco. A morire infatti non sono un ragazzo e una ragazza ma due ragazzi tedeschi di 24 anni: Horst Meyer Wilhelm e Rusch Jeans Uwe. L'agguato avviene a Galluzzo, in una piazzola dove i due avevano posteggiato il loro camper Volkswagen. I primi colpi di pistola vengono sparati attraverso i finestrini laterali e poi attraverso la lamiera. Meyer, disteso nel sacco a pelo nella parte anteriore sinistra, muore col pito da tre proiettili. Uno degli assassini entra poi nel veicolo e uccide Rusch, che si trova nella parte posteriore. I due stavano ascoltando la radio e forse leggendo riviste pornografiche gay, che vengono trovate stracciate e sparpagliate intorno al camper. Rusch  di corporatura esile e con lunghi capelli biondi, da qui l'ipotesi dell'errore, ma con il procedere dell'indagine si scopre che a compiere gli efferati delitti del mostro non  un solitario serial killer, ma una complessa organizzazione in grado di pianificare con cura gli assalti, presumibilmente dopo aver effettuato anche degli appostamenti, il che lascia supporre che anche quel lo dei due tedeschi sia stato un omicidio premeditato. Tanto pi che i due erano in zona gi da qualche giorno. Infatti la notte del mercoled o gioved precedente il camper era gi stato notato da un metronotte, il quale aveva bussato allo sportello del furgone parcheggiato di fronte al cancello di una villa per dire che in quel punto non si poteva sostare. Ancora una tregua, dieci mesi, poi ancora un duplice omicidio. Notte tra il 29 e il 30 luglio 1984, ore ventidue e quaranta circa, localit La Boschetta nei pressi di Vicchio, vengono assassinati Claudio Strefanacci, 21 anni, e Pia Gilda Rontini, 18 anni. La dinamica  simile a quella degli altri delitti: la Fiat Panda celeste ha il vetro sinistro abbassato di otto centimetri, quello destro frantumato, i sedili ribaltati anteriormente. Sulla destra giace Stefanacci, testa rivolta verso il portellone posteriore, indossa una maglia a mezze maniche, slip e calzoni bianchi.  stato colpito da quattro colpi di pistola, su tutto il corpo una decina di pugnalate, non mortali. Pia Rontini  nuda a sette metri dall'auto, gambe divaricate e braccio destro steso. Nella mano destra stringe la maglietta e il reggiseno, vicino gli slip tagliati, come se stesse levandoseli prima di essere trascinata via. I due sono colti nella fase preliminare dell'atto erotico e vengono uccisi quando sono quasi completamente spogliati. Alla ragazza  asportato con tagli netti e precisi il pube e per la prima volta anche il seno sinistro. Investigatori e magistrati cominciano a sospettare che il killer possa essere un medico, vista la perizia con la quale esegue le escissioni. Il settimo e ultimo omicidio avviene domenica 8 settembre

1985, poco prima della mezzanotte, a San Casciano, in una piazzola sopra via degli Scopeti. La luna  all'ultimo quarto. Le vittime sono due francesi: Jean Kraveichvilj, 25 anni, e Nadine Jeanine Mauriot, 36 anni. L'orario  compreso tra le ventitr e mezzanotte; i due stanno facendo l'amore in una tenda canadese con apertura centrale, quando qualcuno pratica sulla parete un taglio di circa quaranta centimetri, introduce il braccio e spara in rapida successione quattro colpi che centrano la donna. L'uomo  appena ferito e riesce a fuggire, viene subito raggiunto e presumibilmente ingaggia una disperata lotta con l'assalitore; lo ferisce verranno trovate tracce di sangue presso un vicino lavatoio - tuttavia non riesce a evitare le pugnalate, ben dodici, che gli trafiggono la schiena, l'addome, il torace, le braccia e la carotide. Il corpo  gettato in un fosso, le gambe, sollevate di mezzo metro, poggiano su un cespuglio. Sul cadavere vengono trovate delle latte di vernice, come se qualcuno si fosse preoccupato di nasconderlo. Finito il lavoro con Kraveichvilj l'attenzione si concentra adesso sulla Mauriot, che viene trascinata fuori dalla tenda dove le viene asportato il pube e il seno sinistro, fino ai muscoli. Dopo l'operazione  nuovamente trascinata dentro e ricomposta. Si tratta di delitti in cui le vittime sono coppie giovani. Fino ad allora di tale fenomenologia non vi erano precedenti nella letteratura criminale, le coppie uccise appena prima che possano iniziare il vero e proprio rapporto sessuale, eccetto che nel 1982 a Montespertoli. L'asportazione delle parti anatomiche delle donne avviene sempre in condizioni disagiate e verosimilmente in fretta, tuttavia col pisce la decisione del taglio e la perizia chirurgica con cui  effettuato. Inoltre il corpo delle ragazze non viene mai toccato, se non con il coltello con cui vengono tagliate le vesti e la biancheria intima. Nello studio redatto nel luglio 1994 da Francesco Bruno, professore di Psicopatologia forense e di Criminologia nell'Universit La Sapienza di Roma, si legge: L'insieme degli elementi rilevanti sembra far escludere che l'assassino sia una persona portatrice di una tipica perversione sessuale; viceversa sembra indicare una tipica personalit paranoicale. [...] In altri termini la personalit paranoicale, iperstrutturata e controllata, non soltanto pu apparire completamente normale, ma, a volte, notevolmente migliore della media. L'assassino si configura dunque come una persona "al di sopra di ogni sospetto" , quasi certamente dall'intelligenza elevata, di buon livello culturale, socialmente

integrato e oggetto di stima, se non di ammirazione per la sua condotta di vita integerrima e morigerata. Nello stesso studio si dice anche che gli elementi a disposizione concordano nel ritenere che il soggetto sia un uomo di alta statura, verosimilmente superiore a un metro e ottanta, forte, d'et media, capace di premeditare ed eseguire con notevole cura e precisione di dettagli i diversi omicidi in modo da non commettere errori grossolani tali da fornire sicuri elementi indiziari [...]. L'assassino ha dimostrato una indubbia perizia nell'eseguire i tagli anatomici degli organi che asporta e vi sono sufficienti indicazioni che egli sappia come trasportare e conservare i pezzi anatomici in suo possesso. Tutto ci sembra rafforzare l'originaria convinzione che l'assassino possa essere un medico, o anche una persona dotata di cultura sanitaria, anche se non necessariamente un chirurgo,  anzi probabile che egli sia una persona che non ha possibilit di sublimare attraverso un mestiere o una professione (medico, macellaio, conciatore, imbalsamatore etc.) l'aggressivit e le capacit tecniche di cui  dotato. Il "modus operandi" dell'assassino  sempre simile, come se egli eseguisse nella sua mente un piano accuratamente preordinato. Quasi nulla di quanto avviene sul luogo sembra lasciato al caso; al contrario sembra quasi che il "mostro" si muova seguendo precisi rituali, che vengono cambiati solo nel caso che si verifichino imprevisti di natura obiettiva. [...] Il "rituale" del l'assassino sembra rispondere ad assoluti criteri di efficienza e di sicurezza ed  volto unicamente allo scopo di uccidere le vitti me e di poter procedere poi alle mutilazioni sul corpo delle donne. L'azione  quindi rigidamente finalizzata ed  eseguita con grande sangue freddo e padronanza di s. L'analisi di tale modus operandi consente alcune interessanti deduzioni sul piano criminalistico. La scelta dei luoghi non  completamente casuale, ma, al meno in parte,  preparata con cura. I diversi teatri dei delitti sono, infatti, molto simili gli uni agli altri e presentano caratteristiche comuni: sono luoghi isolati, con alberi o alta vegetazione ove  facile nascondersi, che possono essere raggiunti da pi vie e che quindi assicurano diverse vie di fuga. Probabilmente il soggetto giunge sul luogo contemporaneamente alle sue vittime, o  gi sul posto [...]. Con ogni probabilit il soggetto giunge sul luogo provenendo dalla campagna o a piedi

o con un mezzo non rumoroso o luminoso.  probabile che egli lasci la sua auto piuttosto lontano e che abbia accuratamente studiato le sue vie di fuga (nessuno ha quasi mai visto nulla, n notato persone o movimenti sospetti). [...] La scelta dei tempi, anch'essa, non appare completamente casuale; infatti l'assassino agisce d'estate, forse per non lasciare tracce in campagna in notti buie e quasi sempre in giorni festivi o prefestivi, in ore tarde, ma mai di verse dalle ventitre-ventiquattro. Da quanto detto fin qui emerge con nettezza l'ipotesi che l'assassino in qualche modo conosca le sue vittime, nel senso che le ha viste in precedenza e forse ne ha seguito per qualche tempo le abitudini. Non  necessario che si tratti di una conoscenza personale diretta, n esiste l'evidenza che ci possa essere vero in tutti i casi. Tuttavia  possibile che il "mostro" abbia notato in precedenza una o entrambe le sue vittime, magari incontrandole per strada o in qualche luogo pubblico. A questo punto egli segue la possibile vittima, ne indaga le possibili amicizie e abitudini e solo dopo una pi o meno lunga preparazione giunge a compiere l'atto omicidario. Alternativamente  possibile che nelle sue passeggiate per i boschi l'assassino noti delle auto o dei campeggiatori isolati, e solo a questo punto cominci a studiare le abitudini di tali persone, per poterle colpire nel momento in cui egli riterr pi opportuno. Non si pu escludere che con qualcuna delle vittime l'assassino abbia potuto avere delle relazioni pi dirette di conoscenza o per amicizia o per parentela. 

LA PISTA SARDA. 

Il primo duplice delitto in cui compare la Beretta calibro 22 Long Rifle  quello del 1968 a Lastra a Signa. L'aggressore risparmia Natalino, che dorme sul sedile posteriore e viene portato vicino a una casa colonica. Nella cascina abitano i signori De Felice, i quali diranno agli inquirenti di aver sentito suonare il campanello e, una volta affacciati alla finestra, di aver visto il bambino senza scarpe. A loro Natalino avrebbe detto, testualmente: Aprimi la porta che ho sonno ed ho il babbo ammalato a letto. Dopo mi accompagni a casa perch c' la mamma e lo zio che sono morti in macchina. I De Felice notano che Natalino ha i calzini puliti e non  stanco, eppure ha percorso due chilometri a piedi, lungo un sentiero impervio e pieno di sassi, che non conosceva. Dopo un mese dai fatti, nell'istituto al quale era stato affidato, dir di essersi svegliato ai primi spari, di aver visto la mamma immobile e sentito Lo Bianco dire, appena prima di morire, Ci hanno ammazzato, poi di essere sceso dalla macchina e di aver visto Salvatore (Vinci) tra le canne. Lo stesso Natalino Mele, molti anni pi tardi, nel corso di una intervista televisiva, dir che la nonna gli intim di non dire niente di quello che aveva visto o sentito. Particolare interessante: nella casa contigua a quella dove chiede aiuto Natalino abita Silvano Vargiu, un sardo di 23 anni le gato da una relazione omosessuale a Salvatore Vinci, cui fornir l'alibi per quella notte. Del delitto si autoaccusa Stefano Mele, il marito della vittima, Barbara Locci. Nel corso della ricostruzione dei fatti sul luogo del delitto Mele sembra riportare fedelmente ci che sarebbe successo la notte dell'assassinio ma poi si contraddice e cambia numerose volte la versione dei fatti. Riguardo la pistola Mele dice di averla gettata in un fosso, ma nonostante il corso d'acqua venga accuratamente dragato dell'arma non c' traccia. In seguito dir di averla consegnata a Salvatore Vinci. Secondo i rilievi i colpi sarebbero stati sparati da due direzioni diverse e mentre i primi sette sono precisi e mortali l'ultimo centra inutilmente la spalla della donna. Per gli investigatori  probabile che sulla scena del crimine vi siano state pi persone. Il vero assassino uccide Barbara Locci e Lo Bianco, poi mette la pistola in mano a Mele e lo invita a premere il grilletto. Stefano si sporca le mani di polvere da sparo, risultando cos positivo al guanto di paraffina. Il movente non  ritenuto maniacale, piuttosto passionale, anche se Stefano Mele non poteva essere geloso della moglie, non solo perch era lui il pi delle volte a fare entrare gli amanti in casa ma perch egli stesso aveva un legame particolare con Salvatore Vinci. I due uomini usavano proprio Barbara per attirare soprattutto giovani e lei si prestava al gioco. Non mancavano altri motivi di risentimento contro la donna. Quando infatti i Mele si trasferirono sul continente riuscirono a mantenere le distanze dai molti delinquenti sardi immigrati a loro volta, conquistandosi una immagine di persone perbene, fino a quando Barbara cominci a far entrare i suoi numerosi amanti nella casa di famiglia dei Mele.

Oltretutto due mesi prima dell'omicidio Stefano Mele incass un risarcimento per un incidente stradale, circa 450.000 lire, l'equivalente di cinque mesi di stipendio. Quei soldi, appena entrati in casa di Barbara, sparirono. Contemporaneamente la donna ruppe la relazione con Salvatore Vinci e prese a frequentare Antonio Lo Bianco. Il sardo prese molto male la cosa, anche perch svaniva la possibilit di organizzare i suoi adescamenti perversi. Nel 1982 Mele cambia versione e dopo il delitto di Montespertoli, durante un confronto, accusa Francesco Vinci, sardo, 48 anni, sposato, due figli, di essere l'assassino di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco. Vinci per sembra avere un alibi di ferro e cos a essere rinviato a giudizio  infine il marito della donna, che sconter quattordici anni di carcere, anche se rimarranno molti dubbi su chi abbia effettivamente partecipato al delitto e quali ne siano state le modalit. L'unica cosa certa per gli investigatori  che il Mele quella sera del 1968  presente sulla scena del crimine. Dopo l'uccisione di Antonella Migliorini e Paolo Mainardi, ci si accorge che l'arma usata  sempre la stessa, una Beretta calibro 22, che ha sparato anche nel 1968. Una serie di perizie balistiche sembrano confermare l'intuizione. I magistrati tornano cos a in terrogare Stefano Mele che accusa ancora una volta Francesco Vinci, indiziato anche degli altri quattro duplici omicidi. L'uomo si dichiara sempre innocente ma viene scarcerato solo dopo il mortale agguato ai ragazzi tedeschi, avvenuto a Galluzzo nel 1983. Mele cambia ancora versione e nel 1984 racconta che gli autori materiali dell'assassinio Locci-Lo Bianco sono il fratello Giovanni e suo cognato Piero Mucciarini, per i quali scatta l'accusa di omicidio premeditato. I due vengono indiziati anche degli altri duplici omicidi, adesso saliti a cinque. Giovanni Mele  un pensionato, scapolo, con l'hobby di intagliare il sughero, mentre Piero Mucciarini  vedovo e fa il panettiere. Contro di loro ci sono accuse piuttosto generiche: le parole di Stefano Mele, la cui personalit, definita oligofrenica, non lo rende un accusatore attendibilissimo; un bisturi e il ricordo di Natalino Mele, che all'epoca aveva sei anni, il quale aveva detto ai Carabinieri che quella sera c'era anche lo zio Piero, il quale avrebbe rovistato nel cassetto del cruscotto dell'Alfa. Anche queste accuse cadranno dopo l'ennesimo omicidio del mostro.

Un altro personaggio sul quale si concentrano le attenzioni degli inquirenti  Salvatore Vinci, fratello di Francesco. Fa il muratore,  stato sposato e ha figli; anche lui  accusato dal Mele di aver partecipato al delitto del '68. A un certo punto una delle sue numerose amanti, Ada Pierini, sembra fornire una testimonianza decisiva per risolvere il caso: la donna afferma di aver visto in casa di Salvatore un panno sporco di sangue. Ad aggravare la sua posizione anche le chiacchiere della gente, secondo cui Salvatore Vinci  un personaggio strano, con singolari gusti sessuali. Qualche anno dopo Salvatore verr processato in Sardegna per la morte della prima moglie, Barbarina Steri, uccisa nel 1960 a Villacidro, il paese di origine dei Vinci. Verr assolto ed emigrer. La cosiddetta pista sarda, sulla quale ha puntato per diversi anni il giudice Mario Rotella, in realt spiega il delitto del '68 ma manca di un collegamento con tutti gli altri delitti attribuiti al mostro di Firenze. Venne definitivamente abbandonata quando il presunto serial killer torn a colpire nei giorni in cui due del clan, Giovanni Mele e Piero Mucciarini, erano dietro le sbarre. Tuttavia colpisce come i sardi accettino anche il carcere, accusandosi l'un l'altro piuttosto di dire ci che sanno sul delitto di La stra a Signa e soprattutto su che fine ha fatto la pistola che legherebbe quello a tutti gli altri duplici omicidi fiorentini. I personaggi coinvolti si sentono indubbiamente legati a un dovere di omert, ma c' chi fa anche qualche altra supposizione: se il movente degli assassini che avranno inizio da l a sei anni fosse quello esoterico, la Beretta calibro 22 utilizzata nel '68 sarebbe un reperto prezioso per i responsabili dei delitti, veri e propri sacrifici umani. A differenza di quanto avviene nella malavita tradizionale, dove l'arma del delitto deve essere pulita, in ambito esoterico l'arma deve essere preferibilmente sporca, cio deve avere gi ucciso, in modo da aumentare la potenza rituale. Forse, secondo questa ipotesi,  stato proprio uno dei sardi a vendere l'arma a uno degli adepti, che la user altre sette volte. Attraverso quell'arma si verrebbe allora a creare un patto di sangue tra i due clan. Nessuno parla e, in cambio, ogni volta che uno dei sardi finisce in carcere, un nuovo omicidio del mostro lo scagiona. A rendere ancora pi impenetrabile il segreto, c' il fatto che chi viola questo patto muore. Come succeder nel 1993 a Francesco Vinci e al servo pastore Angelo Vargiu, incaprettati e bruciati nella loro auto.

PIETRO PACCIANI E I COMPAGNI DI MERENDE. 

Svanita la pista sarda gli inquirenti sono punto e a capo. Il mostro ha gi colpito sette volte, otto se si considera anche l'omicidio del 1968. In una intervista a L'Europeo del 1994 il procuratore di Firenze Pier Luigi Vigna racconta che nel 1989, dopo quattro anni di tregua, cominciarono a chiedersi perch il mostro non avesse pi colpito: era forse in carcere per qualche altro motivo? Cos fu deciso uno screening su detenuti per reati particolari, come omicidi a sfondo sessuale, violenze carnali.  cos che l'attenzione si posa su Pietro Pacciani, coltivatore di retto, classe 1925, nato ad Ampinana, frazione di Vicchio del Mugello. Il suo curriculum giudiziario inizia nel 1951 con l'omicidio di un certo Severino Bonini, venditore ambulante, che amoreggiava nascosto dietro una siepe con la sua fidanzata, Miranda Bugli. Lo uccide con diciannove coltellate, poi costringe lei a fare l'amore accanto al corpo ancora caldo del rivale. Arrestato, torna in libert nel 1964, ma nel 1987 scattano ancora le manette ai polsi per aver violentato le due figlie. Quindi  in libert negli anni dei delitti delle coppiette. E nel 1991 riceve in carcere un altro avviso di garanzia. L'accusa: sarebbe lui il mostro di Firenze. Pacciani, il Vampa, come  soprannominato un po' per il suo carattere, un po' perch da giovane si esibiva come mangiatore di fuoco nelle sagre paesane, appare il candidato ideale: violento, collerico, sessualmente perverso. Frequenta numerose prostitute ed  anche un guardone: spia le coppiette che amoreggiano in auto nei sentieri e nelle piazzole che punteggiano la campagna e le colline intorno Firenze. Senza dimenticare che nel 1985, l'1 settembre per la precisione, tre giorni dopo l'omicidio dei due francesi agli Scopeti, un anonimo aveva scritto al maresciallo dei Carabinieri di San Casciano: Indagate su Pacciani per i delitti del mostro. A inchiodarlo, nel corso di una perquisizione durata dodici giorni nella sua casa di Mercatale Val di Pesa,  il ritrovamento di un proiettile inesploso calibro 22, marca Winchester incastrato in un palo dell'orto, lo stesso tipo rinvenuto in tutti i luoghi in cui si sono verificati i mortali agguati del mostro. Non solo: nel garage di casa, tra altre cianfrusaglie, viene rinvenuto anche un block notes marca Skizzen Brunnen e un portasapone del tutto simili a quelli posseduti da Horst Mayer e Uwe Ruesch, uccisi nel

1983, blocco commercializzato solo in Germania. Altro reperto buono per l'accusa  uno straccio apparentemente uguale a quello che avvolge l'asta guidamolla di una Beretta inviata sempre da un anonimo agli inquirenti. Il 15 aprile 1994 Pacciani  rinviato a giudizio e diventa il protagonista di un processo che richiama nell'aula bunker di Santa Verdiana a Firenze inviati speciali da tutto il mondo e man mano che si procede con le udienze divide l'opinione pubblica. Dai polverosi verbali del 1951 riemerge una confessione di Pacciani: Quando ho visto il seno sinistro nudo di Miranda non ho capito pi nulla. Considerato che ad alcune vittime il mostro asporta anche un lembo della mammella sinistra, quella frase diventa per l'accusa una prova della psicologia malata e assassina del contadino di Mercatale, che ucciderebbe per ripetere il primo delitto e per punire la sua fidanzata. Una perizia grafologica attribuisce addirittura a Pacciani la lettera anonima del 1985 e il biglietto che nel 1992 accompagnava il pezzo di pistola compatibile con la Beretta degli omicidi fiorentini. In questo biglietto l'autore sosteneva di aver trovato il pezzo di metallo in un barattolo di vetro stiantato (rotto, secondo una tipica espressione toscana) a Crespello-Luiano, dove il Pacciani si recava a lavorare. In poche parole, sarebbe stato lui ad attirare l'attenzione su di s e a costruire in pratica una prova determinante per l'accusa, dato che l'asta guidamolla era avvolta in un pezzo di straccio del tutto simile a quello trovato a casa sua. La convinzione  data dalla straordinaria somiglianza che la lettera M e le O della parola mostro avrebbero con la grafia del contadino di Mercatale. Eppure Pacciani si professa sempre innocente, si paragona, piagnucolando, a un agnelluccio e dice di essere come Cristo in croce, mostrando al pubblico ministero e al giudice santini e immaginette di Padre Pio. Di certo quell'anziano contadino sessantottenne, flebitico e con problemi di cuore - ha gi avuto due infarti -, appare lontano dallo stereotipo dello spietato e freddo serial killer, capace di sparare, soprattutto negli ultimi delitti, con precisione e sangue freddo, di lottare con vittime assai pi giovani e sollevarne i corpi esanimi per portarli in qualche caso a diversi metri dalle auto. Qualcuno ipotizzer perfino che il processo sia una specie di messinscena voluta dal procuratore Vigna per fare uscire allo scoperto il vero mostro. Insomma una trappola, in cui il contadino di Mercatale  l'esca innocente.

Nonostante l'appassionata difesa dell'avvocato Pietro Fioravanti, il 1 novembre 1994 arriva la sentenza di primo grado: Pietro Pacciani  riconosciuto colpevole di sette degli otto duplici omicidi ed  condannato al carcere a vita. Assoluzione invece per il primo delitto attribuito al mostro, quello dl 1968. Nella motivazione della sentenza per i giudici parlano di presenza sicura e inequivoca di complici del contadino.  la pista su cui si comincia a muovere dall'ottobre 1995, appena insediato a capo della squadra mobile, Michele Giuttari. Ma le polemiche che hanno accompagnato lo svolgimento del processo non si placano. Secondo i difensori l'aver violentato le figlie  il suo vero alibi psicologico, poich un padre incestuoso non pu fare quel tipo di delitti. Per loro  in dubbio anche la forza probatoria dei due principali indizi su cui si  basato il processo. Riguardo al proiettile  ritenuto improbabile che una cartuccia non sparata possa incastrarsi da sola in un paletto di cemento e non  verosimile che a metterla l sia stato lo stesso Pacciani, il quale non  certo uno stupido. Per il blok notes e il portasapone, sempre secondo la difesa, mancherebbe invece un requisito essenziale per poterli considerare delle vere prove: sono oggetti prodotti in serie e privi di caratteristiche che li rendano di sicura appartenenza a una delle vittime. A suscitare dubbi sono anche le caratteristiche fsiche di Pietro Pacciani, di statura piuttosto bassa, mentre secondo tutte le ricostruzioni effettuate sulla scena dei delitti ilmostro doveva essere alto almeno un metro e ottanta centimetri e con una notevole forza. Intanto dal carcere fiorentino di Sollicciano, dove  rinchiuso, il Vampa scrive memoriali, compone poesie e disegna: santi, Ma donne, animali e fiori, tra cui diverse rose rosse. Il 29 gennaio 1996 comincia il processo d'appello. Questa volta a difendere Pacciani, oltre agli avvocati Pietro Fioravanti e Rosario Bevacqua, c' un pool messo in piedi dal di rettore della rivista Detective & Crime Carmelo Lavorino e di cui fanno parte il criminologo Francesco Bruno e l'avvocato Nino Marazzita. Il dibattimento si svolge sulla base degli stessi atti giudiziari, ma questa volta le certezze di un anno prima si trasformano in dubbi. Al punto che lo stesso pubblico ministero, Piero Tony, di chiara che mezzo indizio pi mezzo indizio non fa un indizio

pieno ma zero assoluto e che la prima sentenza  carente, viziata da troppe congetture e supposizioni. In sostanza  lo stesso rappresentante dell'accusa a chiedere l'assoluzione, dopo appena un mese di udienze. Il 13 febbraio 1996 , dopo poco pi di due ore di camera di consiglio, il contadino di Mercatale Val di Pesa viene dichiarato non colpevole. Una sentenza shock e diffcile da accettare per chi ha speso anni a tentare di dipanare la matassa dei duplici omicidi fiorentini e, infatti, il giorno stesso dell'assoluzione, il procuratore Pier Luigi Vigna annuncia alla stampa che ci sono quattro supertesti, li indica con le sigle Alfa, Beta, Gamma e Delta, in grado di inchiodare Pacciani. Alfa  Mario Vanni, ex postino di San Casciano, soprannominato Torsolo. La Procura di Firenze gli aveva inviato un avviso di garanzia gi il 25 gennaio, ad appena quattro giorni dall'inizio del processo d'Appello, e sar proprio la sua testimonianza a far coniare quel termine, compagni di merende, che rimarr come un marchio su Pacciani e la strana combriccola su cui si in centrer l'inchiesta bis sul mostro e il successivo processo. Beta  Giancarlo Lotti, soprannominato Katanga; un ex manovale di 56 anni, che ha cominciato a collaborare dopo lunghe reticenze, ammettendo di aver assistito all'uccisione dei due francesi nel 1985 a Scopeti. Gamma  Gabriella Ghiribelli, ex prostituta, che conosce bene i tre ed  lei la prima a parlare agli investigatori - salvo poi smentire - di sedute spiritiche, riti satanici e messe nere, che si trasformavano regolarmente in orge sfrenate, alle quali partecipavano diversi personaggi, tra i quali Maria Antonietta Sperduto, che avr il marito impiccato e poi la figlia e il nipotino morti carbonizzati in un'automobile.  per Giancarlo Lotti a fornire gli elementi per mettere ancora una volta sotto accusa Pacciani. Dal suo racconto emergono al cune contraddizioni, ma sembra certo che la notte dell'ultimo delitto Katanga fosse l, nella radura dove erano accampati Nadi ne Mauriot e Jean-Michel Kravechvili, ad assistere all'omicidio. Ammette di essere un guardone e di frequentare quello strano giro di prostitute, balordi e appassionati dell'occulto che ruota attorno alla casa del mago di San Casciano, Salvatore Indovino. Lotti  infatti il protettore di Filippa Nicoletti, detta Pippa, convivente del mago e nella cui casa di via Faltignano (a poca distanza da Scopeti) si ritrova il gruppo di cui fanno parte anche Pacciani e Vanni.

Secondo il racconto del superteste Beta, sono stati proprio i due amici a uccidere agli Scopeti. Poi Lotti comincia a raccontare anche del delitto precedente, quello di Pia Rontini e Claudio Stefanacci. In entrambi i casi sarebbe stato Vanni a sparare e Pacciani a compiere le escissioni, mentre lui avrebbe solo fatto da palo. Ma col tempo la compagnia si allarga. A sostenere la versione di Lotti c' infatti anche la testimonianza di un altro guardone che accompagnava Katanga quel 29 luglio 1984, la cui identit viene accuratamente tenuta a lungo segreta dagli inquirenti.  il testimone Delta, Fernando Pucci, al quale sempre Lotti avrebbe detto che agli Scopeti c'era anche quello di Calenzano. Quello di Calenzano  Giovanni Faggi, ex rappresentante di piastrelle, arrestato nel luglio del 1996 e scarcerato dopo alcuni mesi. Durante il successivo processo, Lotti descrive il clima di per versione e violenza che c'era all'interno del gruppo dei compagni di merende. Racconta dei suoi rapporti sessuali con Pietro Pacciani, delle minacce e a un certo punto si autoaccusa: Ho ucciso anch'io. Dice di aver partecipato all'agguato ai due tedeschi, perch costretto da Pacciani. Farlo partecipare a quel delitto, spiegher, serviva a Vanni e a Pacciani per assicurarsi la sua fedelt assoluta. Il 13 maggio salta fuori un altro teste, Giuseppe Fazzina, il quale accusa Pacciani di avergli offerto denaro per uccidere una coppia. Ce n' abbastanza per convincere la Cassazione ad annullare la sentenza d'appello e a ordinare un nuovo processo. Tuttavia l'agnelluccio, che neppure per un momento ha rinunciato a proclamarsi innocente, riuscir a evitare una nuova probabile condanna. Il 22 febbraio 1998 viene infatti trovato morto nella sua abitazione di Mercatale, in circostanze quanto meno dubbie. Vanni, Lotti e Faggi affrontano invece il processo scaturito dalla cosiddetta inchiesta bis, il cui inizio viene fissato per il 20 maggio 1997. Il 24 marzo 1998, dopo cinque giorni di camera di consiglio, la Corte d'Assise, presieduta da Federico Lombardi, condanna Mario Vanni all'ergastolo e Giancarlo Lotti a trent'anni di reclusione. La sentenza d'Appello, emessa il primo giugno 1999, con ferma l'ergastolo a Vanni e riduce la pena da trenta a ventisei anni per Lotti. I due sono riconosciuti colpevoli di quattro dei cinque duplici omicidi loro contestati.

PACCIANI E IL MISTERIOSO MEDICO. 

Alla vigilia della sua deposizione a Perugia, in sede di incidente probatorio relativo al caso Narducci, l'avvocato storico di Pacciani, Pietro Fioravanti, riceve una telefonata: Stai attento e bada a come parli domani. Del dottore perugino, il Vampa ne fa cenno in uno dei suoi memoriali, presumibilmente quello scritto tra il processo di primo e secondo grado: Cari avvocati, io vi ho incaricato di fare indagini sulle persone scomparse ma soprattutto quel medico morto sul lago Trasimeno con una pietra al collo, affogato, ed era stato fatto andare o era andato con un gommone con la benzina... con il rifornimento per la sola andata e non il ritorno. In verit a Fioravanti,  lui stesso a dirlo, Pacciani chiede di in dagare anche su altre morti - una quindicina - tra le quali metteva anche Narducci, pur affermando che di questo medico aveva letto sui giornali. Pacciani, che con il suo legale per nove anni si incontra ogni sabato in carcere, in un altro memoriale gli chiede di comparare il proprio Dna con quello del sangue del fazzolettino rinvenuto agli Scopeti: Fate il Dna e vedrete che non sono io l'assassino, non  mio quel sangue. Dice l'avvocato Fioravanti al Gip perugino: Noi lo abbiamo chiesto in fase di giudizio di primo grado pi volte, ma nei fascicoli, testimone ancora l'ispettore Castelli, mi dica quando  stato trovato questo fazzolettino, dentro un faldone, essiccato?  stato trovato qualche mese fa, dal Gides.... Fioravanti racconta che Pacciani gli rifer anche di una lettera anonima del 18 ottobre 1994, dove si faceva cenno a un medico perugino ma non per dire che  il mostro di Firenze o che altro, no, sempre riferendosi a quelle indagini "perch  figlio di..." , di una persona molto importante e i Carabinieri hanno nascosto le prove di quell'omicidio. E fu sempre Pacciani a dirgli che Narducci aveva una casa in affitto a Vicchio o San Casciano e che la sua morte doveva essere collegata a quella del conte Roberto Corsini, trovato morto con un colpo di fucile il 20 agosto 1984, a Mercatali di Scaperia, omicidio per il quale fu condannato tale Marco Parigi, cacciatore di frodo. Pacciani diceva che Narducci e Corsini erano in combutta nello svolgere attivit magico sessuali di tipo violento. L'inchiesta bis porta alla luce un mondo di guardoni, sessuomani e violenti. Un numero imprecisato di prostitute, maghi,

cartomanti e squallidi personaggi si muovono attorno al gruppetto di compagni di merende capeggiato da Pietro Pacciani. Le loro avventure a sfondo sessuale sono una sorta di campo neutro sul quale avviene l'incontro con alcuni esponenti della comunit dei sardi, che non esitano a uccidere per vendetta o per onore, e forse con altri individui violenti: la cerchia di professionisti, colti, benestanti, stimati, comunemente definiti i mandanti, di cui si inizia a parlare con l'apertura delle indagini del Pm Giuliano Mignini sulla morte di Narducci. Cerchia della quale, secondo alcune deposizioni, avrebbe fatto parte lo stesso gastroenterologo col ruolo di custode delle parti anatomiche asportate.  proprio durante queste scorribande sessuali e riti esoterici che Pietro Pacciani potrebbe aver incontrato certe persone e conosciuto individui appartenenti a un ceto sociale cos diverso dal suo. E che Pacciani abbia partecipato a messe nere e chiss a cos'altro lo conferma anche l'avvocato, Pietro Fioravanti, il quale ricorda che il Vampa era assai interessato al cardinale Milingo, allora notissimo esorcista, di cui leggeva avidamente tutti i libri sui quali riusciva a mettere le mani. Nella sua testa di contadino, illetterato, dagli atteggiamenti talvolta naif, ma sicuramente scaltro, Pacciani, a un certo momento ha cominciato ad avere una visione sempre pi chiara del complesso meccanismo nel quale si era trovato invischiato.  a questo punto che ha cominciato a lanciare segnali, come appunto quello di guardare dentro i fascicoli di quel medico morto affogato, pensando che una simile indagine potesse andare a suo vantaggio. Si rendeva per conto del rischio che stava correndo e consegnando l'ennesimo suo memoriale all'avvocato Fioravanti una volta disse anche: Se sanno che ho fatto questi nomi me la faranno pagare.... Quali nomi? Per esempio quello di Narducci e di Calamandrei? Nel gennaio 2004 Fioravanti, convocato a Perugia dai Pm Mi gnini e Canessa, che hanno appena iscritto nel registro degli in dagati il farmacista Francesco Calamandrei, sospettato di essere tra i mandanti fiorentini, sorprende tutti affermando: Effettivamente devo dire che Pacciani mi aveva parlato di questa persona. Poco prima di morire mi disse che sarebbe stato utile indagare sui ruoli di Calamandrei e di Francesco Narducci. Calamandrei era una persona interessata a questi discorsi di magia, chiaramente facendo riferimento ai delitti del "mostro" , nonch di un medico di Firenze che non era buono a trombare.

Fioravanti aggiunge di aver sempre avuto l'impressione che il suo assistito conoscesse di persona Narducci, ma i dettagli di questa conoscenza non glieli raccont mai. LA PISTA ESOTERICA A uccidere per almeno sette volte nei dintorni di Firenze tra il 1974 e il 1985 quindi non  stato un killer solitario, un maniaco omicida. Era questa l'ipotesi sulla quale si erano mossi all'inizio gli investigatori ed era questa la paura che aveva scatenato una psicosi tra le giovani coppie toscane. Le indagini su Pacciani svelano infatti l'esistenza di una vera e propria associazione a delinquere, ma gli inquirenti non tralasciano altre piste e nel 1996 acquisiscono un volume in copia unica di Jean-Pierre Giudicelli de Cressac Bachelerie intitolato Pour La Rose Rouge et la Croix d'Or, ove a pagina 72 si legge che un tale conte Umberto Amedea Alberti di Catenaria, della nobilt fiorentina, valente ufficiale durante la Prima guerra mondiale, ha tra smesso un insegnamento che riguarda le coppie in amore, con un avvertimento: si tratta di un rito mais fort dangereux. Il documento comproverebbe come sul territorio fiorentino abbiano particolare efficacia certi rituali compiuti proprio sulle coppie colte durante l'atto amoroso ed  con ogni probabilit a questo che si sono ispirati gli autori degli efferati agguati compiuti nell'arco di oltre un decennio nella campagna toscana. Alla luce di questa nuova pista, il capo della Mobile di Firenze Michele Giuttari e il Pm Paolo Canessa iniziano a riesaminare le scene dei delitti dal 1974 al 1985 e ad analizzare con una prospettiva diversa il tralcio di vite che l'omicida mise nella vagina di Stefania Pettini; circostanza questa che all'epoca nessuno seppe spiegare in modo plausibile. Quello che si  via via rivelato agli inquirenti  un complesso mondo popolato da personaggi con devianze psichiche e comportamentali, dedite a ogni sorta di eccessi e di perversioni. Festini con prostitute, conditi con qualche rito satanico e altre macabre messinscena per rendere pi piccante le orge di sesso e altri tipi di giochi perversi possono essere diventati un'arma di ricatto per altri insospettabili i quali, pur di non correre il rischio di essere anche solo sfiorati da inchieste scomode, non avrebbero esitato, al momento giusto, a intervenire per sviare, intimidire, insabbiare. Personalmente o con l'aiuto di altri amici influenti.

Per questo mondo forse l'esoterismo  stato soltanto il suggestivo pretesto per alcune pratiche estreme. Di sicuro si tratta di una complessa e articolata organizzazione in cui ognuno ha un suo ruolo e nella quale ovviamente ciascuno  legato a filo doppio all'altro, sia perch complice di orrendi delitti, sia perch parte di un club dove, una volta entrati, non si pu pi uscire vivi. Chi sgarra muore. Probabilmente  questo il motivo delle tante lettere anonime recapitate nel corso degli anni a chi ha svolto indagini sul mostro. Questo delle tracce disseminate qua e l attorno Firenze e delle lettere anonime  un mistero nel mistero. Talvolta si tratta di una manciata di proiettili calibro 22 Winchester, serie H, lo stesso tipo di quelli esplosi negli agguati, fatti ritrovare nell'ospedale Santa Maria Annunziata di Ponte a Niccheri. Oppure si tratta di missive con indizi molto precisi, come quella contenente i ritagli di giornale tratti da La Nazione con le foto e le didascalie dei sostituti procuratori che si occupano del caso: Francesco Fleury, Paolo Canessa. Un'altra  quella recapitata al Sig. Procuratore della Repubblica Pier Luigi Vigna - Firenze, con gli indirizzi scritti a macchina e il titolo tratto da un quotidiano: Altro errore del mostro. La notte del delitto tutte le strade erano controllate e la sua auto potrebbe essere stata segnalata da un casellante; nella stessa busta il dito di un guanto da chirurgo, un proiettile calibro 22 custodito in un foglietto di carta bianca piegato che reca la scritta: Poveri Fessi - Vi bastano uno a testa. Il 10 settembre 1985, alla Procura di Firenze arrivava una busta da lettera bianca, con timbro San Piero a Sieve 9.9.1985, indirizzata a Dott. Silvia Della Monica - Procura della Repubblica 50 100 Firenze, redatto con ritagli di stampa. All'interno un foglio bianco con una piccola busta di cellophan dentro alla quale c' un lembo di pelle, asportato due notti prima a Nadine Mauriot. La dottoressa Della Monica fa parte del pool che si occupa del mostro; il quale ha cos deciso di inviarle un segnale, quasi un'autodenuncia o un ennesimo gesto di sfida, per rendere ancora pi avvincente quello che considera un macabro gioco. Le buste sono sempre uguali, cos come la carta e la macchina da scrivere usata. L'esame effettuato sulla saliva lasciata per bagnare la striscia di carta gommata - saliva rinvenuta in tutte le buste a eccezione di quella inviata alla dottoressa Della Monica - rivela che il mittente ha il gruppo sanguigno A, lo stesso di Narducci.

Il primo ottobre 1985 a Vigna arriva una busta regolarmente affrancata e con il timbro di spedizione Perugia 28 settembre 1985; anche in questo caso l'indirizzo  scritto a macchina. Al l'interno un foglio dattiloscritto in alto e, in basso, la fotocopia di due annunci: Autoritaria e bellissima, amante calze nere e giarrettiere, si esibisce privatamente per generosi intenditori. Scrivere indicando indirizzo e affrancando con L. 700. Fermo posta Firenze centrale. Passaporto F 6 2 3 9 6 5 . Questo il testo della lettera: Illustrissimo Signor Magistrato, l'annuncio di cui mi sono permesso di inviarle una copia appare ormai con irritante periodicit da almeno sei-sette mesi sul giornale di annunci gratuiti "Cerco e trovo" di Perugia. Io per carattere sono una persona molto tollerante e che se ne frega altamente di ci che fanno gli altri, ma quando la gente eccede allora non sopporto pi.  ben ora che questa signora che sar pure bellissima, la smetta di rompere i c... ai lettori di Perugia! A ben vedere poi questa non  altro che una puttana che sfrutta i "generosi intenditori" che altro non sono se non i ricchi scemi... Io per guadagnare (onestamente) un milione poco pi devo lavorare sodo per un mese; questa per far vedere il c... a degli imbecilli psicopatici fa i soldi a palate in poche ore e la storia va avanti da mesi. Non crede signor Magistrato che sarebbe ora di farla smettere??? Io credo di s. Ora decida lei se intervenire o no! Distinti ossequi da un intenditore non... generoso. A pi pagina una sigla scritta a mano. Sembra una F e secondo gli inquirenti del Gides  lo stesso segno rinvenuto in alcuni atti firmati dal dottor Francesco Narducci. La missiva  stata rinvenuta nel fascicolo che raccoglie le se gnalazioni di anonimi, incluso tra gli atti del Pm di Firenze riguardanti l'inchiesta relativa ai delitti del mostro. Alcune di queste tracce sembrano portare a Narducci ma altre, come la busta contenente l'asta guidamolla di una pistola Beretta inviata agli inquirenti fiorentini il 25 maggio 1992 avvolta in uno straccio proveniente dalla casa di Pacciani, oppure la lettera inviata l'u settembre 1985 ai Carabinieri con l'invito a indagare sul contadino di Mercatale, hanno autori diversi. Forse per sone che sapevano e volevano indirizzare le indagini nel verso giusto, senza per esporsi perch evidentemente erano ben con sapevoli che rivelare i segreti di un certo giro sarebbe costato molto caro.

I MORTI AMMAZZATI E QUELLI SUICIDATI. 

Quella di Francesco Narducci non  l'unica morte misteriosa riconducibile alle vicende del cosiddetto mostro di Firenze. Da quando le indagini hanno portato a stringere il cerchio attorno al l'inquietante mondo di cui facevano parte Pietro Pacciani e i suoi compagni di merende diversi personaggi scompaiono improvvisamente e tragicamente dalla scena. Come Renato Malatesta, marito di Maria Antonietta Sperduto, gi amante di Pacciani e di Vanni. L'uomo viene trovato nel 1981 in una stalla di Spedaletto, una localit nei pressi di San Casciano Val di Pesa, appeso penzolante a una corda. Il caso fu archiviato come suicidio e solo dopo diversi anni, quando si inizi a indagare sui legami di Malatesta con i compagni di merende, ci si  resi conto che le fotografe scattate dai Carabinieri mostravano il corpo solo dalle ginocchia in su. Fu poi rinvenuto un rotolino non sviluppato in cui si vede che i piedi dell'impiccato toccavano terra. Un'altra morte rimasta senza colpevole  quella di Milva Malatesta, figlia di Maria Antonietta Sperduto, e del suo figlioletto Mirko, i cui corpi carbonizzati sono stati trovati nella Fiat Panda della donna, la quale prima di morire aveva confidato al marito di aver visto a Tavarnelle Val di Pesa Pacciani e un suo amico aggirarsi attorno alla casa del padre, Renato Malatesta, il pomeriggio in cui questi mor. Nello stesso anno, il 1993, vengono incaprettati e bruciati ; nella loro auto anche Francesco Vinci, uno dei sospettati degli omicidi attribuiti al mostro, e il servo pastore Angelo Vargiu. Vinci e Milva Malatesta erano stati amanti. L'anno successivo, la stessa fine tocca ad Anna Milva Mattei, una prostituta che convive con il figlio di Francesco Vinci. -- Il 10 dicembre 1995 muore invece un testimone al processo istruito nei confronti di Pietro Pacciani, accusato di essere il serial killer delle coppie fiorentine. Il suo nome  Claudio Pitocchi ed  vittima di una rovinosa caduta dal motorino a causa di un in cidente stradale, ma dai rilievi effettuati non risulta nessuna macchina e nessun testimone. La trama delle morti misteriose o sospette non avvolge soltanto Firenze e Perugia. Nell'agosto 1982 in un residence di Sampieri, in provincia di Ragusa,  assassinata a colpi di arma da taglio una giovane ragazza fiorentina, Elisabetta Ciabani, in vacanza con la sorella e il cognato.

La giovane  colpita con diverse coltellate, tra cui una al pube e una sul fianco sinistro all'altezza del cuore. L'intera lama, lunga sedici centimetri,  ancora conficcata nel corpo quando la ragazza viene trovata in una pozza di sangue sul pavimento del solarium. Mai, a memoria d'uomo, si erano verificati omicidi del genere in quella zona e secondo i Carabinieri non vi erano attivit criminose di rilievo, tali da giustificare l'eventuale eliminazione di un testimone scomodo. Si decide perci di archiviare il caso come suicidio, ma si tratta di una conclusione troppo inverosimile. Intervistato a una quindicina di anni di distanza Severino Santiapichi, il giudice del processo Moro, in vacanza in un paese poco distante e accorso al residence subito dopo il rinvenimento del corpo, ricorda di essere rimasto assai colpito dal numero delle ferite e dalla foga con cui sono state inferte. E poi quell'infierire attorno al pube, una modalit che rimandava immediatamente al serial killer fiorentino. Nel 1984 gli atti del caso Ciabani sono chiesti dalla Procura di Firenze al giudice Emanuele Di Quarto, il magistrato che nel 1983 dispose l'archiviazione del caso come suicidio. Il fascicolo  riaperto nell'agosto di quello stesso anno, dopo il duplice omicidio di Vicchio, il penultimo della serie attribuita al mostro ma nuovamente il sostituto procuratore Paolo Canessa non vi trova alcuno spunto investigativo utile. Nel 2002 emerge un unico, per quanto flebile, punto di con tatto: l'anno precedente la morte, Elisabetta Ciabani ha lavorato per circa un mese come cameriera in un hotel a pochi chilometri da Perugia, Castel dell'Oscano, sede abituale per i ritrovi conviviali della massoneria cittadina, cui partecipano tra gli altri Ugo Narducci e l'intera cerchia dei suoi amici che abbiamo visto riuni ti quasi al completo sul molo di Sant'Arcangelo. Come ricorda Silvano Rotoli, marito della sorella e cognato di Elisabetta, la giovane, studentessa di architettura a Firenze, lesse su un giornale fiorentino l'inserzione con la quale la direzione dell'hotel cercava personale da impiegare nel periodo estivo e dopo qualche mese part alla volta di Perugia. La ragazza ha un carattere assai introverso e poich aveva paura dei rapporti umani, ricorda ancora Silvano Rotoli, praticamente non ha amici. Probabilmente sconta un'infanzia trascorsa all'ombra di un padre assai severo e manesco. Trascorre cos l'intero mese tra le quattro mura dell'hotel dove svolge servizio in camera e ai tavoli.

Il nome di Elisabetta Ciabani ricorre anche nell'omicidio di uno psicologo, trovato nel maggio 2003 impiccato al parapetto della sua casa di campagna di Trevignano in provincia di Venezia. Maurizio Antonello, questo il nome dell'uomo, che nei primi anni Ottanta  tra i fondatori dell'Aris, l'Associazione per la ricerca e l'informazione sulle sette,  molto preoccupato perch qual che giorno prima un adepto della Rosa Rossa - l'organizzazione esoterica che, secondo alcuni, avrebbe a che fare con gli omicidi fiorentini - in punto di morte gli avrebbe rivelato alcuni dei crimini commessi dagli affiliati, nonch il nome del mostro di Firenze e i retroscena della morte di Elisabetta Ciabani. All'elenco dei morti ammazzati o suicidati bisogna infine aggiungere pure il nome di Pietro Pacciani, trovato morto nella sua casa, dove viveva ormai da solo. L'autopsia parla di cause naturali, ma anche in questo caso i dubbi sono molti: il corpo  prono sul pavimento, i pantaloni abbassati e il maglione tirato su fin quasi al collo, come se qualcuno lo avesse trascinato per i piedi. Inoltre le macchie ipostatiche, quelle che si formano sulla parte del cadavere rivolta verso terra, sono all'opposto di dove dovrebbero essere: sulla schiena anzich sul petto. Nel marzo 2001 la Procura di Firenze apre un fascicolo contro ignoti per il decesso dell'agricoltore; l'ipotesi  un lento assassinio a mezzo di medicinali.

Verso la conclusione?

IO SO CHE TU SAI. 

Dopo ventidue anni dall'ultimo delitto, il caso mostro  ancora aperto. Un tempo lunghissimo, sufficiente per alcuni a farlo catalogare tra i molti misteri italiani destinati a rimanere irrisolti. Anche i cronisti di giornali e tv hanno ormai smesso di occuparsi dei duplici omicidi fiorentini: un po' perch sui moderni media le notizie hanno ormai vita brevissima e un po' perch anche loro hanno forse cominciato a considerare tutta la vicenda come una storia a met tra cronaca e leggenda. Invece, a voler ripercorrere il filo rosso di tanti anni di indagini, ci si rende conto che molte delle tessere del mosaico sembrerebbero ormai al loro posto. A colpire non fu un solitario omicida, un serial killer come quello a cui ci hanno abituato i film di Hollywood, ma una complessa organizzazione; le asportazioni di lembi di pelle dai seni e dal pube delle ragazze servivano a compiere riti esoterici. Perch allora a Perugia si sta battendo solo adesso una pista che si era rivelata essere quella buona gi pi di vent'anni fa? Per capirlo bisognerebbe aprire il capitolo dei depistaggi, dei documenti e delle prove che nel corso dell'ormai pi che trentennale lavoro di Polizia, Carabinieri e magistratura sono scomparse e in qualche caso riapparse. Un lavoro condotto nell'ombra, nell'intento evidente di coprire verit imbarazzanti e coinvolgimenti eccellenti. Verit presumibilmente molto presto intuite da chi ha investigato a fondo sui sette duplici omicidi, ma che non ha voluto o potuto immediatamente condividere con gli apparati per i quali operava. Ruggero Perugini, ad esempio, per primo a capo della Squadra antimostro (Sam), la squadra speciale investigativa istituita per far luce sui delitti fiorentini, nel 1994 scrive Un uomo abbastanza normale, edito da Mondadori, la cui copertina, che raffigura la Primavera del Botticelli con quello che sembra un rivo di sangue - in realt sono piccole rose rosse - uscire dalla bocca, sembrerebbe gi una sorta di messaggio in codice. La Primavera, in ambito magico-esoterico, rappresenta una sorta di talismano utilizzato per scongiurare la malattia fisica e mentale. La rosa rossa  il simbolo e il nome della schola esoterica nel cui ambito operano e agiscono assassini e mandanti. All'interno si legge: I suoi delitti recano quasi sempre una

ben definita impronta: quella del pianificato sacrifcio umano, l'ossessivo, studiato ordine della scena, la scelta delle vittime, la costrizione delle loro povere membra in posture gratificanti per la sua fantasia. E l'arma, sacra e rituale, non la si trova mai sul luogo del delitto perch l'assassino non pu accettare l'idea di abbandonarla: essa  parte della sua mostruosa identit,  un pezzo della sua anima.[...], e ancora: [...] Ed ecco bella e sistemata l'ipotesi della cooperativa di mostri e della setta satanica. Noi ne eravamo gi persuasi da un bel pezzo, con grande disappunto di certa stampa, di parecchi medium e di qualcuno dei numerosi, sedicenti, specialisti che facevano la fila davanti alle redazioni dei giornali per farsi intervistare; prosegue: L'entit aliena che ormai lo domina lo costringe a concentrarsi sui particolari. Perch sono i particolari quelli che veramente contano. Non  importante che rispondano a una logica oggettiva, a criteri di opportunit: ci che deve essere rigorosamente rispettato  il loro simbolismo, la loro rispondenza a un rituale interiore [...]. [...] Ma in quei giorni fu proprio il tralcio di vite che monopolizz l'attenzione di tutti. Le interpretazioni esoteriche con i loro richiami a riti priapici di fertilizzazione, alle messe nere, a culti antichi, esotici e sanguinosi fecero la parte del leone. Lasciando intuire ai pi la probabile responsabilit di una non ben definita, malvagia setta di adoratori del demonio o chi per esso [...]; [...] E allora per un po' si torn a narrare della solita setta satanica della quale l'assassino era un seguace con il compito di procurare il grasso umano che, come alcuni sanno,  indispensabile per confezionare le candele per le messe nere. A questo servivano le parti, che tutti chiamavano feticci, asportate alle vittime femminili [...]. Si tratta di una appropriata descrizione di quella che  stata definita solo nel 1996 la pista esoterica e che l'investigatore deve aver intuito in anticipo senza tuttavia rivelarla. Perch? Nel 1980 una agente del Sisde fiorentino ha redatto un dossier ancor pi dettagliato e assai vicino al successivo filone d'in chiesta; ma  nel 1984, dopo l'omicidio di Vicchio del Mugello, che ufficialmente si muove il Sisde il quale affida al criminologo Francesco Bruno l'incarico di predisporre uno studio. Questa volta infatti la scena del delitto contiene molti pi elementi, a cominciare dalle mutilazioni sulle vittime femminili. Per la prima volta avviene l'asportazione oltre al pube anche del seno sinistro. Ma oltre alle modalit dell'omicidio di Vicchio, a far muovere

i servizi fu probabilmente anche la circostanza che in quel momento Pietro Mucciarini e Giovanni Mele, due personaggi legati alla pista sarda e accusati dei precedenti delitti, erano in carcere. Si apre cos la strada a una nuova ipotesi: a compiere gli omicidi non  un solitario serial killer ma una complessa organizzazione di esecutori e mandanti. Sia il dossier del 1980 che lo studio di Bruno, per, non vengono presi in considerazione e soltanto nel 1993 parte del lavoro del criminologo riemerge, ancora una volta sottoforma di romanzo. Aurelio Mattei, collaboratore di Bruno, pubblica infatti Coniglio il marted (Milano 1993), in cui vi sono numerose analogie con quanto risulter solo a partire dal 1996 con le indagini degli inquirenti fiorentini. Il libro parla infatti di movente esoterico, di depistaggi, di implicazione dei livelli istituzionali dello Stato; insomma tutto quello che costituisce le attuali inchieste. Nel 2001 la Squadra mobile di Firenze, guidata da Michele Giuttari, cerca di capire perch una sezione del Viminale legata al Sisde si sia tanto appassionata alla storia del mostro, senza peraltro condividere con Polizia, Carabinieri e magistrati i risultati di tale interessamento. Sempre nel 2001 salter fuori da uno degli armadi dei servizi anche il dossier del 1980. Altri tentativi di depistare le indagini e mettere i bastoni tra le ruote dell'inchiesta risalgono ai primi anni del 2000, quando appare chiaro che la Procura di Perugia  intenzionata a mettere in relazione la scomparsa e la morte di Francesco Narducci con il mostro di Firenze. Si cerca per prima cosa di delegittimare e mettere in cattiva luce l'operato del Pm Giuliano Mignini; poi, alla vigilia della riesumazione del corpo di Narducci, su cui eseguire la mai effettuata autopsia, il giornalista de La Nazione Mario Spezi, nel corso della presentazione di un libro intitolato Il mostro di Firenze, annuncia la pubblicazione di un articolo firmato assieme al collega Douglas Preston sul settimanale statunitense The New Yorker e in con temporanea la trasmissione di una puntata di Chi l'ha visto?, programma in onda su Raitre, in cui si sarebbe sostenuto che nell'ultimo delitto firmato dal mostro i due turisti francesi, Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, sarebbero stati uccisi nella radura degli Scopeti non la notte di domenica 8 settembre 1985 ma la notte precedente, quella tra il 7 e l'8 settembre. Crollerebbero cos le accuse a carico di Pacciani e dei compagni di merende e si getterebbe un'ombra sull'ormai trentennale lavoro degli inquirenti.

Il presunto scoop si basa sulla presenza di alcune larve della mosca carnaria sul corpo della francese e come  noto tale larva si sviluppa su corpi in avanzato stato di decomposizione. Secondo Spezi, dunque, la sua presenza pu spiegarsi solo anticipando il decesso di almeno 24 ore. La Procura fiorentina risponde riproponendo la testimonianza dei periti fatta nel corso del processo a Pacciani, secondo i quali la presenza delle larve si spiega col fatto che la donna  rimasta chiusa a lungo sotto il sole in una tenda piccola e non ventilata, inoltre diverse persone hanno visto la coppia dei francesi viva e vegeta la mattina dell'8 settembre. Spezi nel 2006 viene iscritto nel registro degli indagati per il reato di turbativa dello svolgimento delle indagini. La sua casa viene perquisita e sar indagato e arrestato nell'aprile dello stesso anno con l'accusa di aver turbato il lavoro della magistratura. Insieme a lui viene arrestato il pregiudicato campano Luigi Rocco, che avrebbe collaborato alla presunta opera di depistaggio, compiendo per conto di Spezi alcuni sopralluoghi. Entrambi vengono scarcerati dopo ventitr giorni. Spezi infatti  da sempre un convinto assertore della cosiddetta pista sarda e non ha mai fatto mistero di considerare Pacciani una sorta di capro espiatorio.  per questo, secondo le accuse mossegli, che il giornalista avrebbe tentato di far ritrovare presunti reperti riconducibili al mostro in una villa delle colline fiorentine frequentata da parenti di personaggi coinvolti in passato in quelle indagini. Sempre in base alla versione accusatoria, indicazioni in tal senso erano contenute in un appunto fatto avere da Spezi agli in vestigatori tramite un ex ispettore. Il vero obiettivo sarebbe stato quello di sviare chi stava investigando sull'omicidio Narducci. Perch? Il giornalista  stato comunque assolto dall'accusa di depistaggio. E come in ogni giallo che si rispetti, entrano in scena anche le spie che, facendosi passare per tecnici della Telecom tentano di installare una cimice informatica nella sede del Gides, la sezione speciale comandata da Giuttari, il cuore dell'attuale inchiesta contro i mandanti dei delitti del mostro. I tecnici si sono presentati per mettere una borchia Isdn, ma in realt, si legge nel rapporto dello stesso Gides, nessuno nell'azienda telefonica ha inviato quelle persone; la signora indicata come referente dagli

operai non sapeva nulla; la borchia istallata era una superlinea dalla quale sarebbe stato possibile captare tutti i dati in possesso della squadra antimostro. La linea arrivava a un armadio Telecom situato in una strada vicina e dal quale si diramano altre linee che possono raggiungere tutta l'Italia. Michele Giuttari riveler in una intervista rilasciata nel 2006 a l'Unit che, riesaminando i vecchi faldoni conservati nella Procura di Firenze, sono saltati fuori un fazzoletto intriso di sangue, contenente peli umani, e un paio di guanti da chirurgo, entrambi rinvenuti a gli Scopeti. Erano spillati al verbale e stavano l, dimenticati da ventuno anni. Il sangue era risultato umano, del gruppo B, ma nessuna delle vittime e neppure nessuno degli indagati e dei condannati per i delitti del mostro sembrerebbe avere quel gruppo sanguigno. Secondo Giuttari ci sarebbe da approfondire l'analisi su un altro reperto ritrovato in casa di uno dei sospettati la notte dell'omicidio del 1984, avvenuto a Vicchio, nel Mugello. Anche in quel caso si trattava di un fazzoletto con delle macchie. Analizzate dai Carabinieri erano risultate di sangue umano, gruppo B. Il reperto fu portato in Gran Bretagna per sottoporlo al test del Dna ma non c' traccia dell'esito. L'INDAGINE SI ALLARGA Sono numerose le testimonianze che il Gides raccoglie sulle frequentazioni di Narducci a Firenze e dintorni. Del medico ne parlano o lo riconoscono in maniera precisa in parecchi, personaggi di diversa estrazione sociale e reputazione, te stimonianze che spetter ai tribunali vagliare o verificare, anche se nessuno riferisce episodi che abbiano una rilevanza penale. Ne parla ad esempio Maria Pellecchia, prostituta, che dice di aver partecipato a festini a luci rosse in una casa colonica di San Casciano, in un giro che definisce di prostituzione particolare, perch le persone che vi partecipavano avevano problematiche sotto l'aspetto sessuale e qualcuna manifestava una certa brutalit. Quando le vengono sottoposte fotografe di vari personaggi, riconosce Pietro Pacciani, Mario Vanni, Giancarlo Lotti, il farmacista Francesco Calamandrei, Gian Eugenio Jacchia e lo stesso Narducci, che le fu presentato come un medico di Prato; Era il pi giovane di quella compagnia, vestiva elegantemente, parlava correttamente l'italiano senza alcuna inflessione

particolare, aveva una catena a maglie larghe con una medaglia grande come le vecchie cento lire, entrambi d'oro, alto circa un metro e ottanta, fisico sportivo. Lo sentii parlare di un suo viaggio in Thailandia e di sport acquatici. Con Narducci la Pellecchia ebbe anche un rapporto sessuale, durante il quale mi diede l'impressione di avere dei problemi. Non fu violento, ma nell'amplesso fu brutale e aggressivo, in con trasto con il tipo di persona che sembrava esteriormente. Forse aveva qualche problema fisico, ma non saprei spiegare quali. Di Narducci parla un'altra prostituta, Gabriella Ghiribelli, che dice di aver partecipato a uno di questi festini insieme a un orafo, a un medico specialista in malattie tropicali, Achille Sertoli, nato a Volterra ma che a San Casciano aveva uno studio, e un altro medico, svizzero, non identificato con precisione, che avrebbe ospitato nella sua villa, La Sfacciata, vicinissim a al luogo in cui nel 1983 furono uccisi i due ragazzi tedeschi. La Ghiribelli racconta anche di altri incontri che si sarebbero svolti a casa del mago Salvatore Indovino e ai quali avrebbero partecipato bambini. Inoltre dice di aver fatto sesso col dottore di Perugia, quattro o cinque volte. A suo dire il medico aveva un comportamento ambiguo, nel senso che si eccitava solo quando me lo appoggiava al sedere. In questo ultimo caso arrivava subito all'orgasmo. Si vedevano, dice, nei fine settimana in una stanza dell'al bergo di San Casciano e per ogni prestazione le dava trecentomila lire. Ma lo ricorda anche in compagnia di un americano di colore, che si rivolgeva a Lotti per avere delle donne._Soprannominato Ulisse, il suo vero nome era Mario Robert Parker, nato nel 1954 nel New Jersey da un cittadino statunitense che lavorava a Camp Darby, la base militare Usa tra Pisa e Livorno, e da una livornese. Parker  morto di Aids nel 1996 a Pisa all'et di 42 anni. In un interrogatorio del 17 gennaio 2005 Mario Vanni dichiara che Calamandrei e un suo amico, che riconosce in foto come Narducci, frequentavano un giro di prostitute insiem e a lui, Pacciani e Lotti. Anche Lorenzo Nesi, che frequenta la stessa compagnia, riconosce senza esitazioni Narducci, visto pi di una volta in compagnia di Calamandrei: Aveva un fisico atletico, ben curato, mi era capitato di veder lo con una borsa con le racchette da tennis, probabilmente giocava in qualche campo privato. Correva voce fosse gay, lo vidi anche insieme a un tipo un po' strano, un omone che vestiva stravagante e con una camminata tipica da gay, con una macchina grande, Mercedes o Jaguar, e che abitava anche lui vicino al paese. L'uomo viene identificato in Nathan Vitta, nato a Gerusalemme, titolare di varie societ nei settori dell'abbigliamento e immobiliare, residente a San Casciano presso la tenuta Il Poggiale, l'unica nella zona a possedere all'epoca campi da tennis privati. Fernando Pucci, amico del Lotti, riconosce le foto di Narducci e Vitta, descrivendo il medico perugino come alto e magro, un tipo finocchino e il secondo come un omone che stava bene coi soldi e che aveva una bella casa in zona. Altra testimonianza quella di Filippa Nicoletti, compagna del mago Salvatore Indovino, che ricorda di aver cenato in un ristorante di Firenze, La Lampara, insieme a Narducci e ad altre persone. Il medico le era stato presentato come un fotografo e regista: Era una persona diversa da quelle che frequentavo, per ceto sociale e per i modi di comportamento molto fini, gentili con un sorriso che mi rimase impresso; probabilmente ci sono andata a letto ma non me lo ricordo. Era esuberante e un po' vanitoso, mi sembra disse che abitava a Prato e che era calabrese, ma era evidente che mentiva, la parlata era molto diversa. A riconoscere Narducci  anche il cognato di Calamandrei, Pietro Ciulli: Una persona molto distinta, quasi un conte. Tamara Martellini, ex moglie dell'architetto Gianni Ceccatelli, amico di Calamandrei, lo incontr un giorno nella farmacia di quest'ultimo: Nell'occasione aveva gli stivali di equitazione, era appoggiato al bancone e parlava con Calamandrei. Era un giovane molto fine, delicato, fisico da sportivo, piuttosto aristocratico, aveva una Lacoste blu. Un'altra testimone, la francese Jacqueline Melvetu, racconta invece ai magistrati che nella notte tra il 30 e il 31 agosto 1985, stava dormendo in un giardino nei pressi di San Miniato dentro una tenda insieme a un egiziano conosciuto da poco a Firenze. Qualcuno improvvisamente apr il suo sacco a pelo, tanto che la donna inizi a urlare e a scappare. Arrivata alla strada riusc a fermare una macchina con due uomini, riconosciuti pi tardi, tramite foto, in Narducci e Calamandrei. Francesco Calamandrei, a tutt'oggi indagato a Firenze per associazione a delinquere e concorso in omicidio, sarebbe insomma il vero referente di Narducci. Ecco il racconto di Rossana Mascia, che ebbe con il farmacista una relazione durata un paio d'anni: Un giorno mi disse che negli anni Ottanta prese la pistola di suo padre che custodiva nella casa di San Casciano, sita sopra la farmacia, si port a Punta Ala, prese la sua barca e in compagnia dell'architetto Ceccatelli, and al largo e butt in mare la pistola, "per non avere noie burocratiche" , disse. Ceccatelli confermer dicendo per di non essere stato presente e di averlo solo raccontato. Ma anche lui riconosce in foto Narducci, per averlo visto a Viareggio insieme a Calamandrei in occasione della visita di una barca che il farmacista voleva acquistare, credo nel 1983 o 1984. Narducci era stato visto a San Casciano con altri tre personaggi. Il primo  il medico di malattie tropicali Alessio Sertoli. Quando la moglie viene ascoltata dagli inquirenti, il giorno dopo lui la chiama e, senza sapere di essere intercettato dagli uomini del Gides, le chiede il motivo di quella convocazione. Lei cerca di tranquillizzarlo, gli dice che volevano sapere delle frequentazioni di Calamandrei e poi esclama: Meno male, io non ho detto... niente... che tu mi hai detto di quel mago di San Casciano... Zitta!... Non ho detto nulla per carit. Sertoli, preoccupato, dopo commenta: Come hanno fatto ad arrivare a lui... quindi stanno indagando su di me... anche su di me stanno... sono arrivati a questo punto, sono arrivati. Il secondo  un altro medico, ortopedico al Cto, pregiudicato per abuso su minori, si chiama Gian Eugenio Jacchia. Di Giangi, cos lo chiamavano gli amici, parla Giancarla Sogaro, zia di Francesca Spagnoli, moglie di Narducci: Aveva una casa a Porto Santo Stefano e uno studio a Orbetello, in via del Rosso, ci si frequentava d'estate e tutti lo ritenevamo un buon medico. Rimanemmo molto male quando venimmo a sapere del suo coinvolgimento in un giro di pedofilia e soprattutto quando sapemmo che aveva patteggiato la condanna. Francesco Narducci ha incontrato Jacchia anche prima di scomparire, durante le vacanze estive in Toscana. Lo dice agli inquirenti Giovanni Spagnoli rispondendo a una loro precisa domanda: Un giorno, mi pare nell'estate del 1983, tutti si radunarono nella nostra barca. Qualcuno di noi not che Francesco si intrattenne a lungo con il professor Jacchia. Parlavano fitto ftto tra loro.  durata circa mezz'ora. Anche un famoso ortopedico romano not lo strano incontro, tanto che qualcuno comment: ma che avranno da dirsi quei due?. Un terzo personaggio, che risulterebbe conoscere Narducci,  l'avvocato Giuseppe Jommi, residente a Bagno a Ripoli. Ne parla

una signora brasiliana, Jorge Emilia Maria, Alves, nata a Petropolis ma residente a Firenze, nella prima deposizione nel 1990 e in una, spontanea, nel 2001. Con Jommi aveva avuto in passato una lunga relazione ed  a lei che la domenica 8 settembre 1985, prima ancora che vengano scoperti i cadaveri dei due ragazzi francesi, l'avvocato dice: Sono un mostro. La donna sul momento non lega i due episodi e solo pi tardi inizier a collegare ricordi e date. Ad esempio le viene in mente che Jommi andava spesso a San Casciano a trovare suoi amici e una volta era tornato a casa alle quattro del mattino, tutto impolverato, giustificandosi dicendo che era andato a piedi in un bosco l vicino. Anche avvalendosi di un'agenzia privata di investigazioni la Alves arriva a conoscere un po' meglio la cerchia di amicizie del compagno, come quel certo Francesco di Foligno, come lui le aveva sempre riferito, che scopre essere Narducci, oltretutto sospettato di avere a che fare con i delitti seriali del mostro di Firenze. La donna viene inoltre a sapere che il misterioso amico apparteneva a una famiglia importante di Perugia, che era stato trovato morto un mese dopo l'ultimo delitto, che aveva studiato negli Usa ma, soprattutto, conferma che lui e Jommi si conoscevano e si frequentavano: Aveva all'epoca una Citroen Pallas di colore verdino, che qualche volta vidi guidare dallo stesso Jommi. L'avvocato si  sempre difeso smentendo qualsiasi conoscenza con Narducci. 

GUERRA TRA PROCURE. 

Le indagini della Procura perugina in poco tempo fanno saltare il tappo di un pentolone che da pi parti si  cercato di tenere ben sigillato. E fin dall'inizio l'inchiesta sulla morte di Francesco Narducci si collega con quella fiorentina sull'individuazione dei mandanti dei delitti seriali del mostro. Colleganza di indagini significa, innanzitutto, che Firenze e Perugia si avvalgono, per le rispettive indagini, del Gides, organo ad hoc costituito dal ministero degli Interni nell'aprile 2003 e guidato dall'ex dirigente della Squadra Mobile della Questura fiorentina, Michele Giuttari. Nel 2005, per, questa collaborazione si interrompe, con la Procura fiorentina che solleva presso la Cassazione un conflitto di competenze.  il via a un vero e proprio conflitto, combattuto a colpi di denunce, perizie, perquisizioni, difficile anche solo da ripercorrere nelle sue innumerevoli puntate, e difficilissimo da se guire per un lettore normale. Proviamo a riassumerlo nelle sue tappe principali. Al centro c' uriinformativa del Gides trasmessa alla Procura di Perugia contenente la trascrizione di un dialogo tra Giuttari e il Pm fiorentino Paolo Canessa - registrazione realizzata da Giuttari in modo, a suo dire, fortuito, nel maggio 2002, in un bar di piazza della Repubblica a Firenze - dove, tra le altre cose, si parla del parere negativo del procuratore capo fiorentino Ubaldo Nannucci alla richiesta di delega delle indagini su Narducci, formulata dal Gides. E proprio riferendosi a Nannucci, uno dei due interlocutori (Canessa, per il Gides) afferma: Hai capito! Un uomo libero non ti delude... questo non  libero... questa  la mia amarezza. La Procura perugina, che stava gi lavorando per accertare gli ostacoli incontrati dall'indagine, apre cos un nuovo procedimento e trasmette gli atti alla Procura di Genova, competente per i magistrati del distretto toscano. Canessa, ai magistrati genovesi Giancarlo Pellegrino e Francesco Pinto, conferma che ha parlato di compagni di scuola al ludendo al fatto che uno dei sospettati - l'avvocato Jommi - era compagno di universit sia di Vigna che di Nannucci, ma nega di aver ricevuto pressioni e soprattutto nega di riconoscersi nella frase che gli viene attribuita: La registrazione  disturbata, non mi sembra la mia voce e neppure il tipo di espressione mi appartiene. Il dottor Pinto apre un fascicolo a carico di ignoti, ipotizzando una possibile manipolazione della cassetta e una conseguente al terazione del verbale di trascrizione. E incarica il consulente tecnico Lorenzo Gobbi di compiere accertamenti sulla cassetta con servata dallo stesso Mignini, il quale - nel gennaio 2006 - decide di effettuare un analogo accertamento sulla cassetta originale, affidandolo al capitano dei Carabinieri Claudio Ciampini, comandante del nucleo fonico del Ris. A questo punto, quindi, ci sono due perizie. Solo che il consulente Gobbi la esegue prendendo solo il saggio fonico di Canessa, e al telefono, invece che nel canale ambientale originale, cio al l'aperto, com'era nella registrazione. E conclude: Il modo di esprimere alcune vocali, lascia intendere che a pronunciare la frase incriminata sia stato Giuttari. Nella consulenza Ciampini, invece, si procede all'esame generale linguistico-fonetico delle due voci: quella di Giuttari ha un timbro baritonale, tipica dell'Italia del sud, alta intensit, raddoppio della plosiva b (impossibbile... indimostrabbile...), omissione della consonante r (pallavi... verificallo...); quella di Canessa ha timbro basso, tipica dell'Italia centrale, intensit media, pronuncia della c in modalit tipica fiorentina. Non vengono rilevate manipolazione alla cassetta e si arriva alla conclusione opposta: la frase incriminata appartiene a Canessa. Il 19 maggio 2006 Mignini interroga Gobbi, che dichiara la non definitivit dei suoi accertamenti (ma la perizia era stata gi depositata e trasmessa), e quindi apre un procedimento nei suoi confronti per false dichiarazioni al Pubblico ministero. Tra la Procura di Genova e Giuttari e i suoi assistenti  conflitto aperto, che si combatte da una parte con il rinvio a giudizio per falsit ideologica del verbale di trascrizione, dall'altra con contro denunce per le modalit di svolgimento delle indagini e ingiustificato esercizio dell'azione penale, pi altre azioni contro Canessa a Genova e Gobbi a Perugia per falsit rese al Pm. Il 17 ottobre la Procura di Firenze fa perquisire uffici e abitazioni di Giuttari e Mignini. Al Pm viene contestato il favoreggiamento nei confronti di Giuttari e l'abuso, svolgendo di fatto un'attivit di indagine parallela (la consulenza del capitano del Ris e i verbali dei periti Gobbi e Pisani), definita estranea a quella sulla morte di Narducci. Nel novembre 2006 il Gup di Genova Roberto Fenizia dichiara il non luogo a procedere contro Giuttari e i suoi uomini per ch il fatto non sussiste. Sempre nel novembre 2006 il tribunale del riesame annulla i sequestri operati dalla Procura di Firenze per difetto del Jumus del reato di abuso contestato. Di conseguenza, sia Giuttari che Mignini presentano denunce-querele per concorso in diffamazione a mezzo stampa e rivelazione del segreto investigativo. Questa, in sintesi, la ricostruzione dei principali passaggi di un conflitto in atto tra due (o tre) procure, sorvolando su altri passaggi minori di cui si occupano e occuperanno un gran numero di avvocati. A stabilire torti e ragioni, ci penseranno i giudici dei vari gradi di giudizio. Colpisce, semmai, l'eccesso di dinamismo e suscettibilit, da parte di tutti gli attori, intorno alla coda di un fatto, che  pur sempre accaduto ben 22 anni fa.

EPILOGO. 

Si chiude qui il racconto dell'inchiesta perugina sulla morte del dottor Francesco Narducci, che ha segnato una svolta anche nell'altra inchiesta, quella ben pi nota sul mostro di Firenze. Una svolta che forse porter ad altri clamorosi sviluppi. Le stesse manovre giudiziarie descritte nel precedente paragrafo, troppo insistite e inusuali per essere considerate solo il frutto di una semplice rivalit professionale - di un fatto che  appunto accaduto oltre venti anni fa - la dicono lunga sull'attualit dell'intera storia. Al momento  impossibile sapere quali altre carte abbia in mano la Procura di Perugia, che continua a indagare a trecentosessanta gradi e senza risparmio di energie e mezzi.  per facile intuire la motivazione di fondo di questa frenetica attivit: cercare di scoprire, se ci sono state, quelle ulteriori scomode verit e quei coinvolgimenti eccellenti per proteggere i quali non si  esitato a trasformare il pi clamoroso fatto italiano di cronaca nera del Dopoguerra in una storia infinita, per la quale a pagare, finora, sono stati personaggi di secondo piano, come Pietro Pacciani e i compagni di merende. Solo allora, probabilmente, si potr finalmente archiviare la vicenda dei duplici omicidi che hanno insanguinato la Toscana dal 1968 al 1985, e far s che quello del mostro - o forse dei mostri e non solo di Firenze - non debba essere pi considerato uno dei tanti, troppi, misteri di questo Paese.
...
Fine.